Il duro mestiere

Proxy

Ho scoperto una cosa.

Una di quelle che potrebbero rendermi ricchissimo, se solo avessi il giusto spirito imprenditoriale. Siccome sono vocato alla morigeratezza, ti regalo questa scoperta.
Magari sai già tutto e io sono un povero ingenuo. Nel caso, non sentirti in dovere di farmelo sapere: la mia già fragile autostima non sopporterebbe questo colpo.

È semplicissimo.

In azienda, per lavorare, può essere utile avere un accesso internet. La rete, oltre a essere un’imprescindibile fonte di informazioni, è un’incredibile collezione di pornografia: ti stupirà sapere che ci sono milioni di siti, ovunque, pieni di parole, immagini e, soprattutto, filmati che narrano o mostrano donne e uomini nudi intenti in pratiche d’ogni tipo. Ti sei ripreso dal durissimo colpo? Bene. Se l’impiegato, invece di fare il suo mestiere (per il quale può servirgli un accesso internet), guarda pornografia in ufficio, produce dei danni all’azienda. Per esempio occupa la banda con lo streaming e rallenta la navigazione di tutti gli altri.
Per evitare che l’impiegato (o – diciamocelo – l’impiegata) passi la propria giornata su uno di quei siti, le aziende usano degli strumenti. Innanzitutto, emanano delle policy in cui viene esplicitamente detto che, quelle cose là, in ufficio non devono essere fatte. Poi, siccome scrivere una norma è utile ma non ti garantisce che essa sarà rispettata (ti ha stupito anche questo, eh?), usano degli strumenti. Diavolerie tecnologiche, insomma.
Cerco di non tediarti, ma è importante sapere che, di solito, perché un impiegato acceda al web dal suo PC, egli deve passare dalla rete aziendale. Da qualche parte, là in mezzo, c’è un server che si chiama proxy. Con tutte le sue imprecisioni, wikipedia descrive così quell’oggetto:

“In informatica e telecomunicazioni un proxy è un programma che si interpone tra un client ed un server facendo da tramite o interfaccia tra i due host ovvero inoltrando le richieste e le risposte dall’uno all’altro. Il client si collega al proxy invece che al server, e gli invia delle richieste. Il proxy a sua volta si collega al server e inoltra la richiesta del client, riceve la risposta e la inoltra al client.”

Arrivo al dunque perché ti sto facendo perdere fin troppo tempo.
Per impedire all’impiegato di navigare pornografia, le aziende assegnano ai proxy uno sporco mestiere. Su quei server viene specificata una blacklist che identifica l’elenco di tutti i siti che l’impiegato disciplinato non deve visitare.

E, ora, la domandona. Come si fa ad alimentare correttamente la blacklist?

Ci sono dei siti da cui scaricarla, aggiornata quasi quotidianamente.
Hai capito bene. Esistono organizzazioni che, di mestiere, scandagliano la rete quotidianamente per intercettare tutti i nuovi siti pornografici (non temere: sono certo che lo facciano con delle macchine e non con degli individui, infelici, costretti a scrutare nel buio 8/10 ore al giorno).

Ecco il business.

Innanzitutto le buone notizie:
1. per scaricare la blacklist, si usano pochi siti internet (per esempio questo);
2. i siti da cui si scarica la blacklist tracciano la storia delle modifiche (qui);
3. le blacklist sui proxy non vengono aggiornate quotidianamente.

Partendo da queste consapevolezze, bisogna solo trovare il modo di vendere la lista quotidiana degli ultimi siti porno intercettati a:

  1. gli impiegati, che possono approfittare delle inefficienze nell’aggiornamento dei proxy;
  2. i collezionisti di pornografia, che possono sempre avere l’aggiornamento completo degli ultimi rilasci in rete.

Sento già le ricchezze affluire copiose nelle mie tasche.

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3 pensieri su “Il duro mestiere

  1. Già i livelli di protezione usati al contrario… se google desse la possibilità di usare il safesearch disattivando i risultati da siti NON porno sai quanto traffico in più generebbe? (ma fa poco fino…)

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