Poi dice…

Caschi

Poi dice che uno si sente niente sicuro in queste città.

Faccio un esempio, uno di quelli semplici. Io, con l’università, ci ho frequentazioni scarse e sporadiche. Quando avevo gli anni per starci dentro, ne sono stato fuori, ché mi pareva che lavorare fosse più divertente. I miei genitori ci hanno sofferto, ma tant’è. Poi dice che uno resta un po’ gretto e ignorante.
Più grandicello ci ho fatto qualche saltuaria capatina per cose marginali che poco o punto hanno a che fare con le questioni della custodia dei saperi, dell’accudimento della ricerca, della conservazione delle carte. Poi dice che si consumano le scarpe.

Da qualche anno, per fare l’esempio più evidente, vado alle riunioni di redazione di un certo annuario delle lettere. Uno di quei titoli, preziosi e importanti, che quando ci finisci dentro – sempre per caso e necessità – tendi a imprimertelo a fuoco nel curriculum vitae. E io, tronfio e pavone che sono, me ne vanto con gli amici.
Queste riunioni non sono poi così frequenti. Anzi hanno proprio cadenza da centro per la custodia dei saperi: per fare l’annuario, ci si vede una volta l’anno. Poi dice che la cultura ha i suoi tempi.

Insomma, per farla breve, passo dalla sede della statale di Milano, quella in via Festa del Perdono, una volta l’anno, tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.
Non so muovermi in università. Già ho il senso dell’orientamento del paramecio ciliato, se a quello ci aggiungi la memoria da pesce rosso, puoi intuire la facilità con cui trovo la sala riunioni. Gironzolo sempre un po’ e, con l’aria da straccione che mi ritrovo, c’è sempre qualcuno che mi guarda come fossi un questurino.
L’ultima volta che ci sono stato, due o tre settimane fa, sono passato dall’ingresso principale. Ho attraversato un lungo corridoio e ho trovato le tracce evidenti di un’occupazione: qualche striscione e un paio di simboli dell’autonomia (mi sembra ci fosse anche quell’obbrobrio a forma di fulmine frecciuto dentro il cerchio). A parte gli striscioni, ho visto null’altro di strano. C’erano studenti che chiacchieravano, studenti che flirtavano, studenti che studiavano e studenti che cazzegiavano. Normalità scolastica, insomma.
Nell’aula, ho incontrato alcuni volti noti e, a quelli più amichevoli, ho chiesto la ragione dei cartelli, ottenendone una risposta alla Aigor: “Occupazione? Quale occupazione?” Poi dice che c’è crisi e precariato.

Mi sono dimenticato di quei cartelli e sono tornato a pensare ai casi miei.
Ieri sera sono salito in auto e subito una voce amica (bella e possibile) mi ha raccontato del misfatto.
A turbare la normalità scolastica, uno sciame di individui, armati di mazze e con i caschi per rendersi irriconoscibili, ha assalito gli studenti. Ne sono rimasti a terra otto e i filmati sono impressionanti. Tutto questo per chiudere una libreria. Poi dice che il mercato editoriale è in crisi.

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6 pensieri su “Poi dice…

  1. Ho scoperto che il rettore dell’università degli studi di Milano, l’individuo che ha invocato lo sgombero, è Gianluca Vago. Pare sia un anatomo patologo. Forse gli piacciono i morti.

  2. È brutto vedere la polizia all’università (alla quale io invece sono andato, proprio lì in Festa del perdono, ed è stata una delle poche decisioni ben prese della mia vita), ma se è vero quello che si dice qui

    http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_maggio_6/occupazione-universita-statale-libreria-cuem-aula-sgombero-2121007610607.shtml

    (dico la faccenda del bando) la questione cambia decisamente aspetto. Non partecipare a un bando per «non omologarsi al sistema» è il genere di bambanata «antagonista» che, per esempio, ci ha riempito il parlamento di 5 stelle.

  3. Mah, sarà così. A me, quello che più sembra ed è sempre sembrato mancare nei c.d. «antagonisti» è la consapevolezza, di qualunque genere.

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