Uomini e voti

Al Passo dell'Oca
Al Passo dell’Oca

1. Un blog, lo sai, non è mica uno strumento del social networking. Uno di quegli oggetti della comunicazione orizzontale in cui le parole di chi scrive i post e di chi commenta hanno lo stesso peso. Il fatto che si possa commentare un articolo pubblicato da un individuo o da una redazione mica significa che tutte le voci hanno la medesima rilevanza. Uno scrive e altri commentano; uno amministra il sito e altri ci buttano dentro roba. E’ un po’ come mandare lettere a un giornale, ma più facile. Perché non serve la carta, il francobollo, la determinazione, neanche saper tenere in mano la penna.

2. Io voto. Aspetta. Lo ripeto. Perché, di questi tempi, sembra una dichiarazione impopolare di appartenenza a una roba sporca. Io. Voto.

3. L’ho sempre fatto. Fin da quando mi è stata offerta la possibilità di partecipare al gioco dei bussolotti infilati nell’urna. Mica ho sempre votato per lo stesso simbolo. Ho messo le mie crocette, con tutta la coscienza di cui ero capace, su disegnini che si avvicinassero il più possibile a quello che sentivo in quel momento. Ho fatto anche delle gran cazzate (cose di cui, ancora oggi, mi vergogno). Ho sempre votato per liste che rappresentassero l’idea di sinistra più radicale – e, possibilmente, anticomunista – presente nello spettro dei colori. Peccato che la standardizzazione del pensiero mi renda sempre più difficile capire chi le rappresenti.

4. Amo George Carlin. Lo amo e mi adombro, e molto, quando qualcuno mi cita il suo famoso pezzo “I don’t vote, so I can complain”. Per un paio di motivi. In primo luogo, sono convinto di conoscere abbastanza il suo lavoro per affermare che quello è un pezzo decisamente minore (vuoi mettere con la slam poetry delle parolacce?). E, poi, per quell’altro motivo: io voto.

5. Un blog non è mica social networking. È il diario pubblico di un adolescente. Lo sai. Prima c’è l’infanzia che è quel periodo della vita di un essere umano che inizia con la nascita, che dura una decina di anni, e che si conclude con peletti e menarca. Poi c’è quella cosa che ai miei tempi non c’era ma adesso sì, la preadolescenza, che coincide con le scuole medie. E, infine, l’adolescenza che è quel periodo di ormoni impazziti e comportamento intemperante che dura per tutto il resto della vita.

6. Va be’… ho un po’ semplificato. Ma mi perdonerai. In fondo Infanzia e preadolescenza mi servivano solo per essere più preciso sull’adolescenza.

7. Gli adolescenti, raggiunta la maggiore età, possono votare. Qualche volta lo fanno. Più spesso, come mostrano con chiarezza le percentuali di cittadini che si presentano alle urne, no. Siccome sono in preda a inebriamento ormonale e intemperanze, votando fanno delle gran cazzate. All’adolescente piace il branco e, quando riconosce il maschio alfa, lo segue con sicurezza sciocca e sottomissione.

8. Un tempo, il maschio alfa era uno che parlava dal palco, dal balcone, dal predellino. Come canta il vecchio Bob, the times they are a-changin’: siamo negli anni in cui il maschio alfa usa il suo blog. È assolutamente consapevole della tecnologia e la domina: sa che il popolo della rete, ama chiamarlo così, è un’entità astratta e incommensurabile; sa che 3mila commenti sembrano una manifestazione di piazza (o un pranzo di gala); sa che la scrollbar è una bestia bastarda che fa sì che ogni lettore potrà leggere i soli commenti che gli piacciono (confermando le proprie idee). E sa che quel lettore potrà aggiungere a quel fiume di parole – scritte mediamente molto male – anche le proprie che, probabilmente, nessuno leggerà mai, ma che gli daranno la consapevolezza della partecipazione diretta.

9. Ora, il maschio alfa può dire male di quelli che fino a poco fa aveva sostenuto, mostrando indifferenza alla coerenza e un’aderenza stolida ai fondamenti ideologici del fascismo e, in alcuni casi, del nazismo. Io, dopo un po’, smetto di indignarmi e me ne stropiccio, perché ho capito che questi maschi alfa sono degli ometti piccoli piccoli e, se non riescono a fare un colpo di stato, dopo un po’ passano di moda. Li si archivia con le cose un tempo cafone e, oggi, un po’ ridicole: le imbottiture per le spalle, i bottoni dorati, le varianti geometriche del cubo di rubik, le scimmie d’acqua, a-team, …

10. Però una domanda mi resta dentro, inesplosa e priva di risposta. Quel mio amico che, per un sacco di tempo, mi ha detto che votare era sfiga perché sono tutti uguali e perché il potere sono loro e sono l’espressione di ciò che volgiamo noi. Ecco. Quel mio amico. Quello che, a un certo punto, ha iniziato a indicarmi la diversità del suo maschio alfa e ha iniziato a dirmi che era finita, arrivava la rivoluzione, i nostri privilegi costruiti con la macchina clientelare che noi votanti avevamo – a volte, bontà sua, inconsapevolmente – generato. Ecco. Quel mio amico, adesso, che inizia a sentire sul palato il sapore escrementizio dell’aver aver fatto una grande cazzata. Lui, che non è mica abituato (perché, fino a ieri, mi diceva “I don’t vote so I can complain”), ora, come si sente?

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