La copertina di Linus

by

Previsioni del tempo (2)

linus-1-1965

Aprile è il più crudele dei mesi, dice Derek Raymond. Forse, ma non nel 1965.

In quell’anno, in quel mese, due sorprese si palesano in edicola e, in quell’Italia che il Miracolo ha reso meno rurale e meno provinciale, con una spesa modica – ma forse non tanto – si può accedere a vera bellezza. Addio alle armi di Hemingway è il primo degli Oscar Mondadori. Un tascabile da chiedere all’omino rintanato nel chiosco e da portare via con il quotidiano e la dispensa dell’enciclopedia, che tanto va in quel periodo. Un’idea nuova di quelle che, in editoria, capitano una o due volte per generazione. Fino a quel momento, i più svegli avevano imparato a comprare libri brossurati ed economici della nuova BUR nelle appena nate librerie di Giangiacomo Feltrinelli. Erano, quelli, posti un po’ blasfemi che accostavano, senza alcuna creanza, sacro e profano. Nelle città della penisola ne erano già state aperte quattro (e, presto, il loro numero sarebbe aumentato): luoghi spaziosi e innovativi, all’interno dei quali i lettori potevano aggirarsi, prendere libri senza chiedere a un commesso, sfogliarli e, magari, ascoltare musica (nella libreria romana c’era anche un juke-box, oggetto del demonio in cui tintinnavano molti dei risparmi degli italiani).

L’altra sorpresa in edicola nell’aprile del 1965 presenta una copertina verdolina su cui campeggia un bambino con la maglia a righe, il pollice in bocca e una coperta appoggiata sul viso. Il bambino insicuro è uno dei personaggi di Peanuts, striscia di Charles M. Schulz. Si chiama Linus e, in testata, scritto con un pulitissimo carattere bastone, è ben leggibile il suo nome.

“Linus” è un mensile completamente inaspettato: pubblica fumetti, illustrazioni e articoli sui disegnatori e sull’immaginario in cui il loro lavoro galleggia. Con precisione di metronomo e uscite dalla perfetta cadenza mensile, quel giornale cambia la storia del fumetto in Italia e nel mondo.

Non esagero.

La coincidenza che porta alla nascita di quei due prodotti nello stesso mese è straordinaria almeno quanto il fatto che entrambi, dopo quasi cinquant’anni, esistono ancora.

Hmmm… Prima imprecisione.

Nessuno compra più un Oscar Mondadori in un’edicola che non sia anche un po’ una libreria da decenni e l’ultimo numero di “Linus” era datato aprile 2013. Già. Aprile è il più crudele dei mesi.

Traversie editoriali – inevitabili per un prodotto così longevo – hanno trasformato “Linus” più volte. Ha cambiato direttori (ma quelli veramente importanti sono stati i primi due, Giovanni Gandini e Oreste del Buono), linee editoriale, formati e, anche, editori. Quando ormai il festeggiamento per i cinquant’anni sembrava una meta vicina, la sorpresa. Linus buca un’uscita (e non era mai successo). Si parla di interruzione temporanea: dicono che durerà solo due mesi. Morte o coma farmacologico che sia, a far visita al corpo inerme si presenta una fila interminabile di sciacalli che cercano di enfatizzare la propria personale importanza sbavando su una storia dimenticata.

“Linus” non stava bene da anni. E mica mi riferisco a questioni commerciali, ché, siccome sono un lettore, gli indicatori numerici mi interessano solo relativamente. L’ultima redazione era completamente inconsapevole della storia del giornale e produceva un oggetto assemblato frugando nel cestino. Un Frankenstein di carta, composto di strisce giustapposte malamente, articoli illeggibili, scelte grafiche ed editoriali a muzzo: nessun fulmine avrebbe potuto infondergli la vita. Ciò nonostante, la sua presenza in edicola stava lì a raccontarci che, quasi cinquant’anni prima, un gruppo di borghesissimi intellettuali milanesi (laurea in giurisprudenza, simpatie socialiste, moderata frequentazione del bar Giamaica, ottime letture e forte attitudine al cazzeggio) aveva deciso che un altro fumetto era possibile. E aveva agito di conseguenza.

Ora “Linus” non c’è più (ma, sia chiaro, forse torna) e già mi manca quella sua testata vergata con un pulitissimo carattere bastone secondo le indicazioni di Salvatore Gregorietti. Mi manca anche se so che, negli anni, quelle copertine semplici, quell’impianto modernissimo, quella distesa di bianco e nero stampata benissimo su carta ottima (e odorosa) e quel nome “facile da ricordare” erano stati lasciati a loro stessi.

Mi manca perché quell’assenza sottolinea che un progetto editoriale di consumo e ricerca, intorno al fumetto, oggi non sia più possibile.

Tag: ,

4 Risposte to “La copertina di Linus”

  1. Samuel Zarbock Says:

    Ustia.
    E adesso?

  2. sparidinchiostro Says:

    Adesso bisogna leccarsi le ferite e ripartire.

  3. Samuel Zarbock Says:

    Già. http://www.economiaweb.it/baldini-castoldi-depositata-la-domanda-di-concordato/

  4. Ipofrigio Says:

    Non leggevo più Linus da circa venticinque anni, ma mi sento lo stesso privato di qualcosa. E avverto sempre più urgente il bisogno del libro che ben sai.

    Ciò nonostante, la sua presenza in edicola stava lì a raccontarci che, quasi cinquant’anni prima, un gruppo di borghesissimi intellettuali milanesi (laurea in giurisprudenza, simpatie socialiste, moderata frequentazione del bar Giamaica, ottime letture e forte attitudine al cazzeggio) aveva deciso che un altro fumetto era possibile. E aveva agito di conseguenza.

    Come sovente ti capita, hai messo precisamente il dito sulla piaga. Guarda infatti cos’è la «borghesia di sinistra» milanese di oggi e che interessi «culturali» abbia (tolte l’enologia, i ristoranti e l’annuale fiera del design).

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: