Venticinque anni fa

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A quest’ora , venticinque anni fa, non avevo ancora vent’anni.
A quest’ora, venticinque anni fa, ero a una festa.
A quest’ora, venticinque anni fa, era sabato.

Era una festa noiosa, di quelle che vorresti essere da un’altra parte. Ma era sabato e gli anni Ottanta erano severi e ingrati. Qualcuno, sicuramente un poveraccio, mi aveva detto: “Oggi è morto un fumettista. L’ha detto il telegiornale”.
Venticinque anni fa, non guardavo la TV per scelta (mica come oggi che non la guardo perché sto sempre facendo qualcos’altro che mi diverte di più). Il telegiornale non l’avevo visto e, quel sabato sera, durante quella festa noiosa, con quel tipo con la vocetta querula e fastidiosa di fronte, un po’ mi dispiaceva. Si fosse almeno ricordato il nome, invece di gracchiarmi accanto. “Noooo… Guarda che lo conosci sicuramente. Era uno famoso. Lo ha detto la televisione.”

Venticinque anni fa, leggevo “il Manifesto” per necessità. Quel giornale mi stava indicando un sacco di strade e io, metodico e disciplinato, leggevo con attenzione e mi appuntavo itinerari futuri. Lo compravo tutti i giorni, ma le mie uscite preferite erano quella del giovedì, quando c’era “la Talpa”, e quella della domenica, quando il giornale impazziva.

Dopo la festa, ero tornato a casa. Avevo probabilmente anche acceso il televisore, contravvenendo al divieto che mi ero dato, alla ricerca di un telegiornale. Non lo avevo trovato e, come facevo ogni notte (contravvenendo al mio stesso divieto), mi ero incagliato su “Fuori Orario” (un altro tour operator dell’immaginario che mi stava insegnando a muovermi in un immaginario che non era ancora mio).
Poi mi ero addormentato.

Al mattino avevo messo in moto l’auto, una Dyane Citroen, color carta da zucchero, con cui avevo conosciuto tutti i posti di blocco della Lombardia, e l’avevo condotta, scaracchiante e sobbalzante come sempre, verso l’edicola. Ero arrivato in piazza Matteotti, a Senago, e avevo parcheggiato. Mi ero trascinato verso il solito chiosco e avevo chiesto e pagato i  giornali.
Poi, curioso, incastrato tra sedile volante specchietto e cambio, avevo iniziato a sfogliare il mio “Manifesto”, alla ricerca del morto annunciatomi.
Pagina dopo pagina, come nella caduta raccontata da Hubert.
Fino a qui tutto bene.

Poi, dopo la caduta, l’atterraggio.

Schizzava lo sballo

BAM

Venticinque anni fa.
Andrea Pazienza.

Apaz

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11 Risposte to “Venticinque anni fa”

  1. andrea403 Says:

    io quel sabato pomeriggio ero in camera mia, da solo, radio popolare, BAM

  2. Patrizia Mandanici Says:

    Io non ricordo come appresi la notizia; solo solo che in quei giorni mi chiamò da un’altra città una cara amica di liceo che pensavo non avrei più visto (a causa di suoi problemi personali); mi disse che aveva sentito della morte di Pazienza, che sapeva quanto l’amassi come disegnatore, aveva pensato a me e che era giunta l’ora di rivederci – come in effetti fu.
    Di quei giorni ricordo la mia rabbia, non riuscivo a sopportare che avesse buttato via quel talento, così.

  3. sparidinchiostro Says:

    403: Bam. Sul serio. Anche ieri sera. Ero distratto e non stavo facendo le crocette sul calendario. Quando ho capito, da un tweet, che erano passati 25 anni è stata una botta. Quell’estate avevo letto e riletto Pompeo e mi dicevo che in fondo gli era andata bene.

    Pat; talento buttato via? Forse è un modo di vederla. A me dispiaceva per me e per le storie che non mi avrebbe più detto.

  4. Patrizia Mandanici Says:

    “A me dispiaceva per me e per le storie che non mi avrebbe più detto.” Esattamente quello che ho pensato, ha buttato via un talento di cui non avrei più potuto godere.

  5. mabertoli Says:

    Il talento, chi ce l’ha, in fondo non lo butta mai via; il male è non averlo voluto o potuto usare più a lungo. Io ho però ho sempre fatto caso a questo, che in genere gli artisti che moriranno giovani (l’esempio più ovvio: Mozart) lasciano dietro di sé un corpus imponente e in qualche modo anche concluso, come se avessero consapevolezza del loro destino. Così è per Mozart (35), così per John Coltrane (41) e così, mi pare, anche per Pazienza.

    Triste coincidenza: pochi giorni fa sono stati vent’anni anche dalla morte di Massimo Urbani, uno dei migliori jazzisti mai nati in Europa, finito male esattamente come Pazienza, con soli tre o quattro anni di più.

  6. Patrizia Mandanici Says:

    Naturalmente con “buttato via” non intendevo dire né che Pazienza l’ha fatto consapevolmente di buttare il suo talento né che quello che ha fatto fino alla morte non sia compiuto; riporto le mie impressioni di allora, di giovane e modestissima disegnatrice che lo adorava, e che alla notizia della sua morte avvertì un dispiacere forte, e la certezza che non avrebbe mai più visto nessun suo nuovo disegno, nessun’altra storia – cosa che mi procurò davvero rabbia, con tutto quello che avrebbe potuto fare.
    Spero di essermi spiegata meglio.

  7. sparidinchiostro Says:

    ipo: sto leggendo un libro bellissimo. Si chiama una sconosciuta moralità e racconta di uno di questi giganti morti giovanissimi. Arthur Rimbaud.

    Pat: paradossalmente, dopo la morte di Pazienza avremmo visto, per anni (forse decenni), un sacco di suoi disegni che non era poi così utile vedere.

  8. Patrizia Mandanici Says:

    Sì, ecco, se non fosse morto forse si sarebbero visti meno i disegni di cui parli – ci sarebbe stato altro da vedere (per quel che valgono i “se” in questo caso).

  9. Ipofrigio Says:

    Certo, Rimbaud, che addirittura, come poeta, si suicidò parecchi anni prima della morte, avvenuta pur sempre in età giovanile.

    Quello degli inediti degli artisti defunti, poi, è un oggetto di dibattito infinito.

  10. Ipofrigio Says:

    Ah beh, Giuseppe Marcenaro è un padreterno.

    Sulla «prescienza» degli artisti – e degli scienziati – morti giovani sono certo che abbia scritto delle belle pagine Sciascia in «La scomparsa di Maiorana», ma in questo momento non ho modo di controllare.

  11. andrea403 Says:

    di marcenaro io ho letto solo “Cimiteri” che mi piacque assai…

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