Il serpente all’ombra della madonnina

by

LW

È uscito Long Wei, un albo pubblicato in uno dei formati più tradizionali del fumetto italiano, quello di Tex, Zagor e Dylan Dog. Dentro questa forma standard, brucia un tumulto di vera opposizione verso quei modi del racconto. Invece di raccontare le storie, tipicamente ambientate in America, di un eroe avventuroso, Long Wei si concentra su un cinese, esperto di kung fu, emigrato a Milano.

Lo confesso. Aspettavo con ansia l’albo perché, nel fascicoletto di presentazione, distribuito durante la scorsa Lucca Comics, avevo visto uno skyline della mia città che mi aveva messo di ottimo umore.

Purtroppo, in questo primo numero, Milano non c’è: è solo uno skyline, lo sfondo su cui ambientare una storia di genere, aderendo pienamente a un codice narrativo.

A me i film di arti marziali piacciono tantissimo. (Confesso, senza vergogna di vederne anche in lingue che non capisco e, spesso, senza i sottotitoli.) Hanno storie lineari, sono privi di analisi della psicologia dei personaggi, parlano sempre di vendette e rivalse e, soprattutto, esibiscono coreografie dei combattimenti meravigliose. Funzionano perché ti ci pianti davanti, senza nessuna distrazione, e ti concentri solo su quelle danze perfette. Non sono un esperto. Ho gusti semplici: amo Bruce Lee, Jackie Chan, Sammo Hung, Donnie Yen, Jet Lee, … e, anche, Ben Urquidez, Tony Jaa, Iko Uwais, Jeeja Yanin, Scott Adkins,…

A me piace quella roba. Sul serio. Ma sullo schermo, mentre sono fermo immobile con il culo saldamente ancorato al divano. Vedere Long Wei che tira un bellissimo calcio circolare volante, abbatte tre avversari e cade in piedi pronto per battersi con gli altri cattivi… Ecco. Vedere quel personaggio su una pagina a fumetti mi lascia addosso la sensazione di essermi perso qualcosa. Ma che cosa?

SC

Mentre cerco di mettere a fuoco questi pensieri, mi vengono in mente altri fumetti. Perché la storia dell’emigrato cinese in una città occidentale che cerca rivalsa a colpi di kung fu mica è nuovissima.

Paul Gulacy, disegnatore bravissimo indebitato fino al polso con Jim Steranko, ha disegnato tantissimo Shang Chi, Maestro del Kung Fu. Erano gli anni 70 e le sceneggiature erano, se non ricordo male, di Doug Moench. Quegli scontri erano infinitamente più emozionanti di quanto lo fossero quelli del David Carradine del telefilm Kung Fu.

Michael Golden, altro disegnatore bravissimo ma, in questo caso, pure molto lento, ha disegnato, negli anni Ottanta, il primo ciclo di storie di The ‘Nam e quelle pagine facevano bene al cuore. A un certo punto, ha preso un film di Jackie Chan (o un videogioco tratto da quel film, mai capito bene) e ha tentato di fare una serie a fumetti. Non credo ne abbia mai fatte più di 60 pagine (tante ne ho viste io, in vecchi comic book, credo editi da Topps, comprati in un negozio milanese che si chiamava Avalon). Il fumetto si chiamava Spartan X, il film Il mistero del conte Lobos e quelle pagine erano piene d’azione assurda (ricordo una sequenza in cui Jackie correva sui grattacieli appeso a un elicottero) e stavano benissimo sulla pagina.

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Perché quelle cose mi piacevano e Long Wei no? Cosa è successo?

Le qualità filmiche del cinema cinese hanno superato le possibilità di rappresentazione del fumetto? Non ho più 10/15/20 anni? Long Wei è una robetta cui riservo un’occhiata in più solo perché è ambientata a Milano? Boh! Magari nei prossimi numeri lo capisco meglio.

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7 Risposte to “Il serpente all’ombra della madonnina”

  1. Ipofrigio Says:

    L’ho letto anch’io e mi sono annoiato molto, non solo perché Milano non c’è proprio (potrebbe essere ambientato dovunque), ma per l’intenzione deliberata di scrivere un fumetto non tanto «di genere», quando stereotipato, in cui ogni cosa – la storia, i personaggi, i dialoghi, le fisionomie – è resa con impegno nel modo più prevedibile, scontato, trito e ritrito. Siccome l’autore è abile, mi pare evidente che la cosa sia voluta; forse in questo modo il fumetto va incontro al suo pubblico potenziale.

    Però ecco, almeno potevano fare una copertina un po’ migliore.

  2. andrea403 Says:

    Io ho da tempo un’idiosincrasia per quel formato, spesso leggo i vari primi numeri dei bonellidi che escono più per senso del dovere che per curiosità. Long Wei l’ho letto senza grandi aspettative (genere e formato non sono la mia tazza di tè) e invece sono molto curioso di leggere come va avanti.

    Non è un fumetto necessario che racconta la Milano contemporanea? Pace…
    È una storia del tutto stereotipata? Mah… Sarà… Ma si vede che a me l’ha raccontata in modo convincente.

    Certo, c’è da dire che io non essendo un gran cultore del genere mazzate orientali, io non ho quella cosa del fare i confronti.

    E non credo mi faccia velo l’affetto che provo per Diego (in genere non me lo fa, in genere dagli amici pretendo un po’ di più che dagli altri) ma io mi sono proprio divertito.

  3. CREPASCOLO Says:

    Gulacy pratica le arti marziali ed è uno dei pochi bat-artisti che impegna il Cav Oscuro in coreografie “realistiche ” invece di proiettarlo da fermo in capriole all’indietro siccome la foglia che vola in American Beauty. Assomiglia a Benicio del Toro a giudicare dalle foto in rete. Ha preso da Steranko alcuni tic dello stile, eliminando le sperimentazioni pop dell’artista di Stanotte Muoio similmente a Simonson e Cowan che hanno scippato il segno di Toppi senza assorbirne il particolare lay out. Oggi è naturalmente + esperto, ma ricordo con tenerezza le sue pagine di SHang Chi ed in particolar modo ilnumero cinque della testat della Corno in cui il figlio di Fu Manchu entra nel Marvel Universe affrontando l’Uomo Cosa. Dough Moench è il sosia di Charles Bronson. Infilava dida di pensiero nelle sue storie del Cinese anni prima di Sin City perchè il personaggio parlava pochissimo. Con Gulacy ha scritto una discreta storia di 007 x la Dark Horse ( sulla nostrana Hyperion ).
    Curioso come tutti, o quasi, ricordino il Chi di Moench e Gulacy e non quello di Englehart e Starlin/Milgrom.

  4. sparidinchiostro Says:

    Crepascolo: quelle disegnate da Starlin Milgron non le ricordavo. Sono andato su Google image e ho scoperto che sono le storie che non mi erano piaciute.

  5. CREPASCOLO Says:

    Ed io ho scoperto, senza andare a riprendere l’albo e controllando in rete, che la storia di Chi e Man-Thing era di Englehart/Gulacy. Moench è arrivato poi. Sorry.

  6. A CAZZO DI CANE ovvero dalle costrizioni del formato ai formati della costrizione | bistrot babeuf Says:

    […] tavole (per dirtene una: tutta sta menata sullo Skyline di Milano che ci starebbe nel fumetto di Long Wei, ma quando mai? L’hai vista quanta e tutta la Milano che c’è in ogni tavola di […]

  7. Un fumetto per l’estate: Lastman | Spari d'inchiostro Says:

    […] “Long Wei”, qualche tempo fa, mi chiedevo come fosse cambiata la mia percezione delle arti marziali nei fumetti. Per citare […]

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