Un fumetto (da evitare) per l’estate: RASL

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Qualche giorno fa, su twitter, Mark Millar chiedeva quali autori di fumetto mainstream statunitense fossero, oggi, capaci di esprimere una posizione autoriale autonoma. Autori unici di parole e immagini (o, come si usa dire in Italia, completi), intendeva. Diceva che, concentrandosi sulla fine degli anni 70 ce ne sarebbero venuti in mente decine senza neanche pensarci un attimo. Oggi, no.
Poi, si è reso conto che i suoi follower gli stavano rispondendo, che stavano facendo nomi in alcuni casi indifendibili, che il mondo non sarebbe finito domani, che alla prossima convention di fumetti avrebbe incontrato tutta questa gente… Insomma ha capitolato e l’ha buttata in caciara.

Pensando a quel gioco ho sentito prima il moto stizzito (e disgustosamente reazionario) di chi si appresta a dire che non esistono fumettisti che vogliono raccontare consapevolmente l’oggi a tutti – mainstream, appunto – appartenenti a una generazione successiva la mia. Questo perché raccontare il mondo con consapevolezza richiede di essere svegli. E quelli svegli, nati in un mondo in cui il fumetto non era un attrattore dell’immaginario, sono tutti andati a fare qualcosa che li rendesse consapevoli di essere vivi, di essere contemporanei di se stessi.
Mentre cercavo il modo più sintetico per esprimere questo concetto in 140 caratteri per non sembrare un idiota reazionario, mi sono reso conto che, per dire questa cosa e non sembrarlo, avrei avuto bisogno di un saggio di 400 pagine e, alla fine, il dubbio sarebbe rimasto lo stesso.
Allora mi sono concentrato sui fumettisti statunitensi della mia generazione capaci, per dirla con Millar, di esprimere “a unique vision”. Me ne sono venuti in mente un po’. Tutta gente che, nel tempo, è stata capace di stare dentro e fuori il mainstream. Tutta gente che guardo sempre con piacere: Paul Pope, Mike Mignola, Michael Allred, Darwyn Cooke, Erik Larsen, Matt Wagner, … In cima alla lista, tutte le volte che provavo a stilarla, mi risuonava in testa un nome. Quello di Jeff Smith.

A me Smith piace tanto. Sul serio. Sono convinto che il suo Bone sia un grande affresco disneyano e che il suo Capitan Marvel, Shazam! The Monster Society of Evil, sia il felicissimo recupero di un’idea giocosa di supereroe ormai spenta. Lo credo capace di straordinarie intuizioni grafiche e narrative (le due cose nel fumetto coincidono). Costruisce pagine bellissime, è capace di grande scansione ritmica, mi stupisce, mi appassiona… Ecco. A me Jeff Smith piace. Il problema sta tutto nel fatto che io non piaccio a lui.

Jeff Smith mi considera un idiota. Il suo fumetto più recente, RASL, è la storia di scienziati che, basando le proprie invenzioni sulle scoperte di Nikola Tesla, costruiscono il teletrasporto. Un’arma terribile e meravigliosa che dona loro la consapevolezza dell’esistenza di universi paralleli. Hai presente Storie universali? È il frammento di Star maker (1937) di Olaf Stepledon, riportato da Borges, Bioy Casares e Ocampo nella loro Antologia della letteratura fantastica. Fa così:

In un cosmo inconcepibilmente complesso ogni volta che una creatura si trovava di fronte a diverse opzioni non ne sceglieva una, ma tutte, creando in questo modo molte storie universali del cosmo. Poiché in quel mondo c’erano molte creature e ognuna di esse si trovava continuamente davanti a molte alternative, le combinazioni di quei processi erano innumerabili e ad ogni istante quell’universo si ramificava infinitamente in altri universi, e questi, a loro volta in altri.

Il punto di partenza è questo. Il pezzo di Stapledon mozza il fiato, Quella dei mondi possibili è una teoria che risale a Leibniz, riallacciandosi al punto di vista di dio (il narratore), e che ci ha regalato vera bellezza. Jeff Smith è bravo, è capace di una “unique vision”, tiene insieme il racconto… Poi, però, sa di non saper gestire la complessità. Non si fida delle proprie qualità di narratore e, definendo il suo mondo, ha paura che il lettore lo fraintenda. E, allora, dà la stura agli spiegoni. Ce ne sono decine in tutti i quindici capitoli di cui RASL si compone. Pagine di noia esasperante in cui fiumi di parole spiegano teorie inutili alla comprensione del fumetto (eppure, in fondo a ogni volume, c’è una bibliografia). Smith racconta come se sapesse che oggi, in classe, avevo solo intenzione di far casino: mi richiama ad alta voce, facendomi fare una brutta figura con tutti i miei compagni di classe, mi fa sedere nel posto accanto alla cattedra e ripete tutto quello che ha spiegato dall’inizio dell’anno scolastico, rendendo evidenti connessioni scontate e banalità accennate. Lo fa così tante volte che, a un certo punto, finiscono anche i trucchi intelligenti e deve iniziare a usare il repertorio più trito. Pensa a un’idea sciocca usata negli ultimi 400 anni per fare uno spiegone. Ecco. Smith la usa. L’eroe sviene e ricorda. L’eroe riassume gli eventi alla donna con cui ha appena fatto l’amore. L’eroe si confida col lettore in un flusso (didascalico) di pensieri. L’eroe si fa spiegare tutto dal cattivo che lo minaccia con la pistola…

RASL, negli USA, è uscito in quindici comic book e poi raccolto in quattro volumi. Attualmente è in corso di pubblicazione un’edizione in due libri. Tutte queste edizioni sono di Cartoon Books, la casa editrice dello stesso Smith. Il fatto che l’autore non abbia avuto un interlocutore editoriale ha prodotto un mostro. I quattro volumi contengono materiali di lavorazione ridondanti e Smith approfitta di quelle pagine supplementari per spiegarmi ulteriormente quanto ha già detto più volte nel fumetto. Io sbuffo.

(i primi due volumi sono stati tradotti in italiano da Bao)

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