Un fumetto per l’estate: Per il cinquantenario di “Sunday”

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Tra gli autori giapponesi ce ne sono alcuni che stimo tantissimo ma che leggo molto poco. Faccio subito i due esempi più eclatanti: Mitsuru Adachi e Rumiko Takahashi.

Sono puntualissimi, hanno senso del racconto, riescono a sviluppare storie con grande professionalità, gestiscono i tempi della serialità con precisione infallibile… Tutta roba che, dopo tre episodi, mi annoia a morte.

Ho comprato il primo numero di una serie di Adachi, appena uscita in italiano, che si chiama Idol A e racconta le prodezze di una ragazza con due doti:  posa per servizi fotografici per giornali destinati a giovani maschi rattusi e gioca a baseball come dio. Il problema sta nel fatto che per giocare deve fingere di essere un maschio e alternarsi sul campo con un suo sosia che, prevedibilmente, è innamorato di lei (come del resto tutti i maschi che seguono la sua carriera di ragazzina in bikini).

Storia semplice e noiosetta che ha il pregio di decollare in pochissime pagine, perché Adachi non l’aveva progettata come serie ma come ciclo di tre episodi da inserire in una raccolta di fumetti brevi. Il mercato è una bestia famelica e il fumettista ha dovuto poi aggiungerci pagine perché la storia crescesse e soddisfacesse i ritmi di pubblicazione specificati in qualche contratto.

Questo fumetto (pubblicato da Star Comics) potremmo tranquillamente dimenticarlo senza sentire il benché minimo senso di colpa. Non fosse che, in fondo all’albo, c’è una storia breve: Per il cinquantenario di “Sunday”, storia autoconclusiva a due mani di Mitsuro Adachi+Rumiko Takahashi.

Intendiamoci. Quelle ventotto pagine non contengono uno di quei racconti brevi capaci di segnarti indelebilmente. È la normale commissione, richiesta da un settimanale di fumetti per ragazzi (“Weekly Shonen Sunday”, appunto) ai suoi due autori più noti, in occasione di una ricorrenza specialissima. I due autori coinvolti sono tra i maggiori professionisti del manga e fanno il loro mestiere benissimo. Si alternano nella realizzazione di pagine gelide che raccontano la loro vita fino al momento in cui hanno iniziato a collaborare con il giornale, evitando qualsiasi forma di dialogo. Ci sono, è vero, un sacco di menzioni vicendevoli, che si traducono in sistematici complimenti, ma i due autori non sono capaci di sequenzialità narrativa tale da rendere quelle poche pagine un racconto organico.

Non ci sarebbe alcun motivo per consigliarti questo albo (in verità pure costoso, sette euro per 200 pagine stampate malino su brutta carta), se non fosse che nel fumetto di Adachi e Takahashi compaiono frantumi di un Giappone a fumetti che il manga tradotto finora in italiano ha cercato di tenere nascosto. Adachi parla dei kashihon, le librerie che affittavano dei libri a fumetti poverissimi (detti akabon) ai giovani giapponesi negli anni del difficile dopoguerra nipponico; specifica che in quei locali prendeva libri pieni di gekiga, i fumetti realistici; e cita i suoi autori preferiti del tempo e, tra questi, spiccano i nomi di Shigeru Mizuki, Hiroshi Hirata e Yoshiharu Tsuge. Takahashi parla principalmente del proprio amore per Ryoichi Ikegami, ma trova modo per citare “Garo” e “Com”, due giornali che hanno fatto la rivoluzione.

In estate basta poco per entusiasmarmi.

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