Garo: amore e rivoluzione

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Nel luglio del 1964 esce il primo numero di “Garo”. Quella storia l’ho già raccontata un paio di volte qua e là ma continua a essere bellissima. La riassumo:

Katsuichi Nagai è un editor di manga molto bravo. Sta lavorando con gente del calibro di Sanpei Shirato e Shigeru Mizuki, quando la tubercolosi da cui è affetto peggiora terribilmente. Il medico cui si rivolge non gli dà molte speranze: probabilmente gli restano pochi mesi di vita. Allora Nagai, che è un tipo determinato e con una missione, si licenzia dalla casa editrice per cui lavora e con la liquidazione fonda il suo giornale. “Garo” è una rivista di fumetto politico: infatti, il primo autore pubblicato è proprio Sanpei Shirato, figlio di comunisti e con una visione molto chiara della lotta di classe. Sulle pagine di “Garo”, fin dal primo numero compare Kamui Den, che è un fumetto bellissimo (Kana, in Francia, lo ha raccolto in quattro volumi; in Italia, Hazard sta pubblicando Kagemaru Den, un’altra opera immortale, se regge l’inchiostro che l’editore ha ottenuto pestando formiche e cocciniglie). Le previsioni del medico sono sbagliate: Nagai dirigerà il giornale fino all’anno della sua morte, il 1996.

Il primo numero di “Garo” esce nel luglio del 1964. Come sai, la storia non si concede casualità. Quell’evento non è piazzato a caso nella freccia del tempo. Nell’ottobre dello stesso anno a Tokyo ci sarebbero stati i giochi olimpici. Per favorire il commercio e il turismo, il Giappone aveva finalmente liberalizzato l’ingresso degli stranieri nel paese. Pochi giorni prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi, aveva iniziato a sfrecciare lo shinkansen, lo straordinario treno ad alta velocità. Sono gli anni del miracolo economico giapponese, quando, grazie al miglioramento delle condizioni economiche, le famiglie possono permettersi “i tre tesori divini”: la lavatrice, il frigo e la televisione. Sono gli anni dell’opposizione al manga per ragazzini da parte di Yoshihiro Tatsumi e di tutti gli autori di gekiga. Sono anche anni duri e difficili, durante i quali è necessario prendere posizione.

Sul decimo numero di “Garo”, nel maggio del 1965, appare un editoriale firmato da Sanpei Shirato. S’intitola “Cosa vogliamo dai nuovi disegnatori” e fa più o meno così:

Fino a oggi, ho sconsigliato a tutti il mestiere di fumettista, perché, se le cose si fossero messe male, cambiare professione sarebbe stato difficilissimo. Ma oggi la crisi economica ha condotto le aziende piccole e medie al fallimento, facendo crescere l’inflazione e aumentando il divario tra ricchi e poveri. Oggi è obbligatorio che il manga denunci questa situazione e, per fare questo, una nuova generazione di fumettisti deve sostituirsi alla vecchia. Stare chiusi nella propria stanzetta a disegnare caricature non è più sufficiente. Fare l’assistente di un autore celebre non basta più. Bisogna costruire dei racconti pertinenti, densi di significato, senza cercare di ammaestrare e pervertire il proprio stile. Bisogna sperimentare, per trovare se stessi e stimolare gli altri. È da queste sperimentazioni e da questi stimoli che nasce il progresso. E siccome queste sperimentazioni sono assenti negli altri giornali, noi le accoglieremo in “Garo”.

Nello stesso numero di “Garo”, compare un fumetto di due pagine di Shigeru Mizuki (firmato, stranamente, con il vero nome dell’autore, Shigeru Mura), che chiarisce meglio il concetto. Si tratta di un adattamento della favola che Esopo dedica alle vicende della cicala e della formica. Mentre la formica raccoglie briciole di “gioia” e “gioventù”, la cicala resta chiusa in casa, avvinghiata a una briciola di “dolore”.
La formica le chiede: “E tu chi sei?”
La cicala risponde: “Un disegnatore.”
“E quella è la sola cosa di cui ti importi?”
“No, ma è tutto quello che mi resta.”

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Una Risposta to “Garo: amore e rivoluzione”

  1. Anarchivio | Spari d'inchiostro Says:

    […] Il diciannove agosto ho riassunto, per l’ennesima volta, la storia di “Garo”. Per farmi perdonare le ripetizioni, ho raccontato una cosa di Sanpei Shirato e Shigeru Mizuki che assomiglia particolarmente a una posizione ideologica. Garo: amore e rivoluzione. […]

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