Quante volte si può ricominciare una vita?

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Per prima cosa, La proprietà di Rutu Modan, pubblicato da Rizzoli Lizard, è uno dei fumetti più belli che io abbia letto quest’anno.

Riassumo le informazioni che ho raccolto su questa fumettista.

È israeliana, è una donna simpatica, si ricorda le facce (la seconda volta che mi ha incrociato, a mesi di distanza dalla prima, mi ha riconosciuto e salutato: io, chiaramente, no e ho iniziato a parlare in italiano), ha partecipato al collettivo “actus” (e alcuni fumetti di quel periodo sono raccolti nel volume Il passato è passato, Coconino). Ha fatto un fumetto lungo che ho molto amato e che in italiano si chiama Unknown/Sconosciuto (ancora Coconino). È la seconda figlia di due medici, sua sorella maggiore è a sua volta un medico, la minore è un’attrice televisiva molto nota in Israele. Durante l’infanzia ha conosciuto pochi fumetti: cita Tex e Tintin. Ha incontrato “Raw”, giornale diretto da Mouly e Spiegelman, mentre studiava alla Bezalel Academy of Art & Design di Gerusalemme e ha capito che voleva fare fumetto. Ha allora proposto una striscia a un quotidiano israeliano e, in assenza di concorrenza, è diventata la prima autrice di strisce nel Paese, un po’ influenzata da Jules Feiffer. Poco dopo ha incontrato “Mad” ed è diventata, con Yirmi Pinkus, direttrice dell’edizione israeliana del giornale.

Oltre ai tre libri (reperibili facilmente in italiano), in rete si trovano Mixed Emotions, un blog gestito per il “New York Times” da maggio a ottobre 2008, e The Murder of the Terminal Patient, un fumetto uscito a puntate su “The Funny Pages” sempre del “New York Times”.

Fino a qui le informazioni che si raccolgono sull’autrice guardando un po’ in giro e, soprattutto, leggendo le interviste rilasciate.

A questo punto, se fossi un vero recensore, ti parlerei d’amore, di memoria e di nuovi punti di inizio (“Quante volte si può ricominciare una vita?”). Perché quelli sono i temi della Proprietà. Purtroppo i limiti del corpicino che mi imprigiona mi costringono a spostare la mia (e, forse, anche la tua) attenzione altrove: ti parlerò di “linea chiara”. Hai presente?

Siamo a Bruxelles e Hergé è un polo di attrazione tale da richiamare a sé diversi autori in veste di collaboratori, assistenti o, più raramente, semplici vicini di scrivania nello studio. Accanto all’autore di Tintin, passano Edgar P. Jacobs, Bob De Moor, Jacques Martin, Roger Leloup e una cinquantina di altri professionisti che vivono i ritmi produttivi dello studio.

Influenzati dal padrone dello studio, sviluppano un approccio al fumetto che, decenni dopo, Joost Swarte ci insegnerà a chiamare Ligne-claire, “linea chiara”. Si tratta di un modo che, in superficie, mostra pulizia estrema del segno – netto, chiaro e privo di tratteggio – ma che tocca un po’ tutti gli elementi del racconto: i colori sono privi di sfumature, il lettering è scritto in stampatello minuscolo all’interno di balloon rettangolari, e le sceneggiature avanzano linearmente, con incedere semplice, ma, allo stesso tempo, evitando facilonerie (mica ci riuscivano tutti però: diciamocelo, Blake e Mortimer di Edgar P. Jacobs è un fumetto ridondante, noiosetto e sciocchino).

Sei anni prima della morte di Hergé, nel 1977 durante l’allestimento di una mostra in Olanda, Swarte enumera e definisce i caratteri della “linea chiara”. Così facendo, codifica un modello da riprodurre consapevolmente. Alla seconda ondata della Ligne-claire aderiscono oltre allo stesso Swarte, autori come Jean-Claude Floc’h (con la trilogia inglese, sceneggiata da François Riviére), Ted Benoit (quello di Ray Banana) e il grandissimo Yves Chaland.

Perché ti racconto questo?

La proprietà di Rutu Modan si inscrive perfettamente nella tradizione della “linea chiara”. Anzi, ho la sensazione che, nonostante Rutu parli raramente dei fumetti che ama e delle sue fonti di ispirazione, quel libro sia l’attualizzazione più consapevole di quel modo di fare fumetto. Oltre agli evidenti riferimenti stilistici – la pulizia del segno, l’assenza di tratteggi, i colori privi di sfumature, i balloon regolari (ellissoidi) e l’uso dello stampatello minuscolo (solo per evidenziare i discorsi in ebraico e in polacco) – ci sono continui richiami al ritmo del racconto di Hergé. Tintin, citato esplicitamente in una vignetta, non viene omaggiato solo (solo?) negli elementi grafici, ogni pagina è consapevole di quella lezione di racconto: la comicità, gli eventi in secondo piano che producono effetti diretti – spesso dolorosi – sui personaggi in azione, la scansione dei quadri…

Rutu Modan è la nuova “linea chiara”. Chissà cosa ne pensa Joost Swarte?

(Il sito di “Internazionale” ha pubblicato le prime 80 pagine del fumetto: le trovi QUI)

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4 Risposte to “Quante volte si può ricominciare una vita?”

  1. Laura Scarpa Says:

    11 tavole, non 80!

  2. sparidinchiostro Says:

    Sulla spalla di sinistra c’è l’elenco delle puntate. Undici sono quelle della prima. Se clicchi le altre puntate le vedi tutte. (guarda un po’ se devo spiegare l’interfaccia utente del sito di internazionale…)

  3. micgin65 Says:

    ancora un ottimo post!

  4. Antonio Furno (@antolo) Says:

    Bellissimo, è piaciuto tanto anche a me. Però le tavole mi erano sembrate molto più belle quando le avevo viste on line. Non so se sia colpa dell’edizione italiana, ma i colori mi sono sembrati un po’ più smorti e banali.

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