Immaterialismi (di rete, di libri e di osterie)

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James Stewart is Elwood in Harvey (1950)

Conosci Enzo Del Re? Una volta, nel 2010, un anno prima di morire, è andato a un concerto del primo maggio con Vinicio Capossela. Era quel signore con coppola, barba lunga e bianca e borsello a tracolla che cantava “Lavorare con lentezza”, suonando una sedia.

Quel tipo era un musicista sconosciuto ai più che, fortunato come sono, ho scoperto grazie a Daniele Sepe. Nel 1998, infatti, era uscito un disco, “Lavorare Stanca”, che conteneva una canzone che faceva così:

Lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
chi è veloce si fa male
e finisce in ospedale
in ospedale non c’è posto
e si può morire presto

Usando il neonato Google – o forse Lycos, o più probabilmente Altavista –, mi ero messo a scandagliare una rete con le maglie più larghe di quelle odierne, alla ricerca di informazioni su quel tipo. Pochissima roba. Qualche anno dopo, sarebbe uscito un film (che non ho visto) intitolato proprio “Lavorare con lentezza” e poi, pochi anni fa, l’apparizione al concerto del primo maggio che, checché ne dica Elio, ha riversato nei soggiorni italiani, sicuramente senza un progetto e spesso senza neanche la volontà, tanti suoni inaspettati. In quell’occasione, fortunato come sono, invece di concentrarmi sulla ricerca di vinili e cd (introvabili, ma la leggenda vuole che ci siano in commercio alcune audiocassette del nostro), mi sono affidato al torrent, guadagnandone gli mp3 che poi, anziano come sono, ho riversato su un cd.

Stamattina, appena alzato, avevo voglia di Enzo Del Re. Volevo sentire la canzone che dà il titolo all’unico disco ho, “Il banditore”. Quella canzone, con il tipo che chiama a raduno tutti gli abitanti del paese, sente un po’ di Matteo Salvatore. Ma solo un poco appena, perché subito dopo l’invito ad ascoltare, si trasforma in una sequenza cantilenante di onomatopee da fumetto. Decontestualizzate al punto da far pensare al lavoro che, un decennio prima (“il banditore” è del 1974), aveva fatto Guy Peellaert, riportando al fumetto quello che Roy Lichtenstein aveva esposto nei musei. Senti anche tu.

Ho aperto Spotify e attivato la ricerca. Niente. Ho provato un po’ di volte. Non esistono né il brano, né il disco, né, tantomeno, l’autore. Mi sono spostato verso la mensola e, fortunato come sono, ho scoperto che “Il banditore” era posto correttamente nell’ordine alfabetico per autore in cui vorrei tenere i cd. Era l’unico a esserlo: non stavo esagerando quando parlavo della mia fortuna.

Ho mandato al diavolo Spotify e, un po’ di cattivo umore, ho messo il cd nel lettore e ho iniziato a preparare il caffè. Non so se succeda anche a te: al mattino, ho i pensieri cisposi e impastati di sonno. Riempio la ciotola al gatto, preparo la caffettiera, con il pilota automatico (e devo confessare che non riesco sempre a concludere l’operazione senza piccoli incidenti di percorso), la metto sul fuoco e prendo le tazze. Nei tre o quattro minuti di attesa, di solito, capisco finalmente il senso della vita e, quando sono sicuro di averlo afferrato, il borbottio del caffè che sale mi distrae, cancellando per sempre la mia scoperta rivoluzionaria.

Intendiamoci. Non succede mica tutti i giorni. Al massimo tre o quattro volte la settimana.

Dovendo rinunciare alle mie scoperte rivoluzionarie, mentre giro il caffè nella tazza e mangio qualche biscotto, mi devo accontentare dei pensieri un po’ oziosi che sono rimasti incastrati nel mio cervello, che – lo sai – è una trappola: pieno di topi.

Avvolto nei miei piccoli niente, stamattina, mentre ancora il fastidio per Spotify mi rombava tra l’aorta e l’intenzione, pensavo alla battaglia per le librerie combattuta dalla mia amica Filomena. La libraja, da quando la conosco, mi spiega che quei negozi sono posti del commercio e della cultura. “Sti cazzi!”, dirai, ma quando lo spiega Filomena la cosa ha un altro senso. Perché, quando penso al cliente di una libreria, ho in mente -riducendo il mondo al mio campo visivo – un tipo come me e i miei amichetti dell’osteria: gente che legge parecchio, spende molto in libri, si muove lungo uno spettro di letture capace di accogliere moltissimo, si guarda attorno, chiacchiera (spesso in osteria), scopre cose vecchie e nuove che vorrebbe leggere, è abbastanza curioso e ha pochissima paura di prendere cantonate (ché tanto i libri si possono pure buttare). Per uno così la libreria è un’occasione: ci entra a colpo sicuro per prendere un libro che nell’80% dei casi non troverà, oppure guarda la merce esposta e spera di essere folgorato (e lì, spesso, è anche questione di umore). Per tipi così, le librerie in rete sono un’ancora di salvezza: cercano, trovano, comprano, in un’unica soluzione, libri anche usati e non solo in italiano e, mentre aspettano che il postino glieli consegni a domicilio, non devono neanche sollevarsi dalla poltrona e abbandonare la raccolta delle lettere di Gadda a Citati che li stava tanto divertendo.

Ma i clienti delle librerie non sono mica tutti così. C’è anche gente che non va in osteria. E per quelli il mondo è più complesso.

Lascia che te lo spieghi il mio amico Elwood:

Oh… Vado con Harvey nei bar, beviamo qualcosa, ascoltiamo la pianola. E allora i visi di tutta la gente si voltano verso di me e sorridono. E poi dicono: “Noi… Noi non vi conosciamo amico, ma siete un gran simpaticone.”. Harvey e io ci sentiamo come riscaldati in quei momenti: siamo entrati come estranei e ci sentiamo fra amici. Ci vengono vicino, si siedono, beviamo insieme, e parlano con noi, ci dicono delle immense terribili cose che hanno fatto, delle immense stupende cose che faranno: le speranze, i rimpianti, gli amori, le avversioni… Tutto immenso, perché nessun uomo porta mai niente di piccolo in un bar. E allora, presento loro Harvey ed è più grande e immenso di qualsiasi cosa loro abbiano da offrire a me. E quando se ne vanno, sono impressionati. La stessa gente spesso torna; ma è solo invidia, mio caro. C’è un po’ d’invidia anche nel migliore tra noi.

Ecco. Ho la sensazione che la libreria sia un’estensione dell’osteria, del bar. Ho la sensazione che sia il posto in cui l’immensità delle terribili e stupende cose degli umani possono confrontarsi con un interlocutore. Però c’è bisogno che questo interlocutore ci sia. C’è bisogno di una libraja (o un librajo: io la preferisco femmina, ma non ho preclusioni di genere). Perché senza di lei (o di lui) la libreria diventa un surrogato di amazon. La libraja non è una persona in uniforme, preparatissima a gestire la parte commerciale ma non quella culturale della libreria, che, quando entri nel negozio in cui lavora, mette di fronte alle immensità che porti con te l’interfaccia utente di un sistema informativo.

A me pare che l’amazonificazione delle librerie sia in corso.

La domanda è: quanto dovremo attendere la spotifizzazione di amazon?

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2 Risposte to “Immaterialismi (di rete, di libri e di osterie)”

  1. matteos Says:

    e c’hai ragione. Le librerie sono un po’ osterie. Per quanto la loro amazonificazione sia stata, comunque, una conquista meravigliosa, per noi libròfili metropolitani. Gente in cerca di carta senza troppe mediazioni logorroiche: asociali, anaffettivi, bibliòmani.
    Certo, l’osteria coi suoi interlocutori ha i giorni contati. Diventa roba sempre più chic. E infatti, siamo qui (novella blogosteria). Spotifybook – o qualcosa di simile – è in arrivo. Sarà mica un problema, neh?

    PS
    Ploooof; ploooof; ploooof.

  2. sparidinchiostro Says:

    Non è un problema per me. Al momento. E la logica NIMBY dovrebbe lasciarmi tranquillo. E’ un problema immediato per tutti quelli che non sono né asociali né anaffettivi, cioè per le persone migliori di me e di te. La cosa che temo è che, in tempi brevi, possa diventare un problema anche per me. Sai, un po’ come quel tipo che era riuscito a far costruire la discarica nel cortile del suo vicino e poi sentiva puzza di merda.

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