Tac.

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Tac.

Periodicamente sento quel rumore secco che ti risuona nel cranio, come di un ramo spezzato, e so che è lei. La maturità arriva a scatti. Ha strani modi per palesarsi e quando me la trovo di fronte non so mai come affrontarla. Di solito, riesco a dire una frase fuori luogo e, subito dopo, la vedo mentre si allontana con fare sdegnoso. Non ha neanche un bel culo, la maturità.

Questa volta, si è presentata sotto forma del problema più grande di tutti: come si ordinano i libri in casa?

Per casi miei, con cui non sto a tediarti, devo rimettere a posto tutte le mie librerie. L’illusione che coltivo è che, alla fine di questa operazione, io riesca finalmente a trovare i miei libri quando mi servono. Non come adesso che tra richieste d’aiuto, acquisti compulsivi e torrent selvaggi mi ritrovo ad avere anche 3 o 4 copie (cartacee e non) di uno stesso libro di cui, in quel preciso momento, non posso fare a meno.

La questione è niente affatto semplice. Perché i modi più comodi per ordinare i libri sono tutti insensati. Guarda il codice Dewey (quello che usano le biblioteche) e dimmi perché dovrei mettere due autori tedeschi, uno accanto all’altro, per una mera coincidenza geografica. Oppure dimmi perché dovrei affiancare i libri sulla scorta di caratteristiche fisiche, chessò le loro dimensioni o i loro colori. Oppure trova una buona scusa per l’ordinamento alfabetico: considero inaccettabile la dittatura di una convenzione che, per quanto comoda, non mi rappresenta.

Ecco. La questione è esattamente questa. Ho bisogno che i libri sui miei scaffali mi rappresentino. Ho bisogno che la disposizione fisica dei miei libri sia una mappa del mio immaginario. In fondo, sono i miei libri.

Provo a spiegarmi.

L’altro giorno ho ritrovato la mia copia della Banda dei sospiri di Gianni Celati. È un tascabile Feltrinelli della fine degli anni Novanta con una copertina, di quel brutto cartoncino ruvidino dei tascabili Feltrinelli, disegnata da Antonio Faeti. Narratore italiano del ‘900. Libro scritto nel 1971, quando Celati era negli Stati Uniti, e uscito per Einaudi nel 1976. Sistemarlo sulla scorta di queste sue caratteristiche sarebbe abbastanza facile ma mi farebbe perdere tutti i punti di contatto con me. A me piacerebbe che quel libro fosse nello scaffale “Antoine Doinel”, accanto a Gian Burrasca, Calvin & Hobbes e It. Già me lo figuro: il mio scaffale “Antoine Doinel” è contraddistinto dalla presenza di un cartoncino su cui ho incollato il volto di un giovanissimo Jean-Pierre Léaud (magari proprio in quel fotogramma che ce lo mostra mentre scruta il mare alla fine dei 400 colpi). Che bello! E lo scaffale “Antoine Doinel”, per ragioni tutte e solo mie, non può che confinare con lo scaffale “Long John Silver” e con quello “Montag”. E mentre penso a regole che mi possano consentire di trovare un posto per ciascun libro a colpo sicuro, sento di nuovo quello strano scatto. Tac.

Fanculo! Non vedi che sto lavorando?

E subito lei si allontana, lasciandomi solo con i miei pensieri che, proprio in quel momento, acquistano nitore.

I volumi di Calvin & Hobbes devono stare anche accanto ai libri d’avventura di Salgari. E It è un pezzo importantissimo dei miei scaffali sulla memoria e sui fantasmi. E, infine, Antoine Doinel è stato il magnifico ragazzino capace di mandare a fuoco casa per l’aver acceso una candela a Balzac in un solo film. Poi, è diventato il protagonista di Antoine e Colette, Baci rubati, Domicilio coniugale (sì, lo so, il titolo italiano è un altro, ma proprio non ci riesco) e l’episodio L’amore fugge.

E non posso né cambiare nome a quello scomparto delle mie memorie né estendere il mio scaffale per accogliere tutta quella roba.

Tac.

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10 pensieri su “Tac.

  1. Quando ho ereditato la libreria di mio padre non ho mosso di un millimetro nessun volume. Ero convinto che in futuro sarei stato in grado di capire delle cose in più su di lui, in base al modo con cui aveva disposto, organizzato e catalogato i libri. Poi più tardi ho capito che erano solo divisi per argomento e per autore. O forse mi è sfuggito qualcosa.

  2. Be’, i libri sono macchine complesse e il fatto che abbia scelto di inserire un libro tra quelli di un argomento in particolare tra i molti che quel testo affrontava dovrebbe dirti molto. Poi c’è la scelta dei libri e, soprattutto, ci sono le sottolineature, gli appunti, le pagine strappate…

  3. Non è facile. Immagina libri pressochè intonsi. Che sembrano nuovi. Nemmeno una sottolineatura. Prendeva appunti su foglietti e quaderni. Solo qualcosa a matita, qualche “orecchia” e qualche foglia secca appiattita tra le pagine nei libri di ventenne. Un culto quasi eccessivo per l’oggetto libro.

    E comunque il formato frega. In qualche modo ti vincola nella distribuzione. Ad esempio Chris Ware mi crea non pochi problemi e mi costringe a tenerlo lontato da cose che vorrei fossero più vicine a lui. Immagina se per assurdo i libri avessero tutti lo stesso formato. Sì sarebbe proprio assurdo, tuttavia sarebbe ancora più interessante osservarne la distribuzione. Da questo punto di vista gli Adelphi in una libreria rivelano molto.

  4. Allora non resta che indagare i titoli, le scelte, le date di edizione. Se li collochi nei negozi da cui sono stati acquistati, nel momento in cui sono stati acquistati, ecco… è tanta roba.

    Ware crea un sacco di problemi. Ma mica solo lui. Ho dei libri così grandi da doverli considerare pezzo d’arredo. Quelli di Peter Maresca e il Taschen sulla storia della DC Comics… Non so dove tenere i quattro numeri del Giornalone di Gandini. Il gioco fatto sulle pagine domenicali da DC recentemente. Molti Mcsweeney’s. Tutte le raccolte di strisce (Peanuts, walt & skeezix, dick tracy, otto soglow, barnaby, pogo…). E’ un bel casino.

    Spiegami meglio la cosa che dici degli adelphi, per favore.

  5. Gli adelphi hanno pochi formati. Salvo casi particolari, grossolanamente nel mio immaginario sono: o quelli grandi, o quelli piccoli. Questo facilita molto la disposizione, rendendoci totalemente liberi di seguire il criterio di catalogazione che preferiamo. Inoltre essendo pressoche uguali tra loro soprattutto di dorso (a parte le infinite varianti di tonalità) tendono a “chiamarsi” l’uno con l’altro, a fare famiglia. Molte persone che conosco semplicemente li mettono tutti vicini, ignorando ogni catalogazione se non quella dettata dalla loro mazzetta pantone. Un’isola di Adelphi in mezzo alla libreria. Ovviamente non vale per tutti, ma già il fatto che qualcuno spezzi la loro catena colorata diponendoli come qualsiasi altro libro secondo criteri filologici o personali può essere un dato interessante e di riflessione sulla personalità del proprietario. Per chi invece mantiene tutti gli Adelphi come un unico grumo, diventa interessante vedere in che parte della libreria sono collocati e come sono alternati tra di loro all’interno di quello cerchio invisibile che li separa dal resto.

  6. Ho letto di recente L’impronta dell’editore di Roberto Calasso, un libello bruttino, che fa mostra di tutti i punti di sutura tra i pezzi che, nel comporlo, sono stati affiancati malamente, senza armonizzare il discorso e senza rimuovere le ridondanze. In quel libro il direttore editoriale di adelphi spiega esattamente queste scelte di uniformità. Libri che rifiutano il bianco (la maledetta carta avoriata), pochi formati, materiali omogenei, la scelta del colore della copertina e dell’unica immagine.
    Anni fa ho letto le linee guida redazionali di Adelphi. Si tratta di un volumetto di 150 pagg circa (derivato probabilmente da mitici testi precedenti – che però non ho mai potuto sfogliare) che spiega come la cura editoriale della casa editrice schiacci anche il linguaggio. Alla fine, i libri adelphi suonano tutti come se fossero stati scritti da Calasso. A qualcuno piace.
    Ecco. Mi pare che quello spazio omogeneo (quel cerchio invisibile, di cui parli) Adelphi se lo sia conquistato con uno snobismo che nulla ha a che fare con il rispetto per la mia immaginazione. Vedere una parete di Adelphi è per me un segnale di distanza. (Poi, però, mi ci devo infilare per pescare Manganelli, Sciascia, Simenon, Borges, …)

  7. C’è una sola maniera logica di sistemare i libri: per dimensione, sistemandoli negli scaffali in cui ci stanno con la maggiore precisione (minimizzando lo spazio vuoto in alto).

    Qualunque altra sistemazione dovrà essere abbandonata in favore di questa all’aumentare dei volumi in libreria, quindi tanto vale abituarsi da subito….

  8. Moreno, e *tutti* quei libri ti rappresentano? Lo chiedo macerato dai sensi di colpa perché la mia vita è appesantita da troppa zavorra di cui dovrei liberarmi. I libri si possono regalare / vendere / prestare / lasciare sulla panchina / buttare. Non è peccato. In casa vorrei avere i miei libri. Quelli che, per varie ragioni, mi servono. Mica roba che non sfoglierò mai più che fa mostra del proprio dorso e si qualifica come oggetto d’arredo e tacca sulla cintura.

  9. Sai che sono arrivato alla stessa conclusione? Ho troppa zavorra in casa, e da alcuni anni sono molti più i libri/fumetti che vendo che quelli che compro (comunque ne avevo tanti che da un rapido calcolo mi ci vorranno ancora 120 anni per smaltirli).

    Però fondamentale per riuscire a farli calare, è stato il rendermi conto che la mia libreria non mi deve rappresentare.

    Quando pensavo che doveva rappresentare me stesso, i miei interessi, etc e che quindi doveva contenere tutto quello che mi piace o che consideravo valido… era quando si riempiva fino a scoppiare di tanta carta che non facevo in tempo a leggerla. Carta che però comunque “rappresentava” qualcosa (anche non un immagine, ma anche un adesione, solidarietà ad iniziative, etc.) al di là appunto del suo USO (visto che non la leggevo)

    E invece no. Mi sono reso conto che la libreria non mi deve rappresentare, non deve simboleggiare, non deve dire nulla di me. La libreria è uno spazio da sruttare per tenerci cose che uso, per il tempo che mi servono. Non è da tenere perfetta, non è da tenere in ordine, quello è tutto tempo sprecato. È meglio sprecare poco tempo, sprecare poco spazio, E dedicare il tempo e lo spazio a sè stessi.

    Perchè quella libreria disordinata comunque rappresenta me ora, adesso, anche nella carta inutile che non conserverò. Domani ne compro, ne vendo, ne butto, e cambia la librerioa come cambio io. Mi rappresenta più di una libreria “perfetta” che sarebbe congelata e che comunque non sarebbe sincera, perchè non potrei fare a meno di fingere riempiendola di capolavori che sono lì per altri (per far sfoggio) e non per me.

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