Dieci anni di spari: Anno 2 – Dialoghetto

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Era il 14 marzo del 2006.

Toto

Tony: Hai visto che Guido va a giocare a scacchi a pranzo?
Paolo: Ha tutta la mia ammirazione! Mai stato capace di giocare… Mi distraggo e mi annoio. Mi metto a pensare ad altro…
T: Una volta giocavo. Conoscevo un sacco di aperture.
P: A memoria?
T: Sì, è normale. Quando giochi a scacchi impari un sacco di partite a memoria.
P:
T: Io mi ricordavo tutta la “memorabile” [o un altro aggettivo che non ricordo, lo dice con sguardo estatico]
P: Hmmm…
T: Vedi di volare basso! Quella partita è bellissima.
P: Come può esserlo una giraffa. Ma non per questo cerco di sedurla.
T: Non dire minchiate. Una partita a scacchi, se bella, produce estasi e piacere estetico.
P: Cosa vuol dire “bella”? Intendi “elegante”?
T: Intendo “bella”. Come un quadro. Come una statua. Come uno dei tuoi fottutissimi fumetti.
P: Ma non dire cazzate! E lascia stare i fumetti…
T: Non fare il minchione. Una partita di scacchi può essere bella. Così come un’equazione!
P: Hmmm…
T: Non lo immagini neanche quanto può godere un matematico di fronte a un’equazione. Esistono trattati sulla bellezza delle equazioni.
P: Seee…
T: Un’equazione, o una partita di scacchi, è bella perché è semplice, di un’eleganza formale ineccepibile. Come una partitura musicale o un’ottima esecuzione.
P: Ma, cazzo! No! Io mi siedo. Non capisco un cazzo di musica, sono seduto sul divano e godo dell’ascolto di un’esecuzione di Glenn Gould delle variazioni Goldberg. Non capisco un cazzo di scacchi e vedo due idioti silenziosi che spostano statuine su una scacchiera.
T: E’ una minchiata. Perché non è vero che non capisci un cazzo di musica. Ne capisci poco, ma ne capisci. Racconta Levi Strauss degli aborigeni portati ad ascoltare un concerto. Durante l’esecuzione sbadigliano, si annoiano, non sanno più cosa fare (altro che tu davanti la scacchiera). Tra il primo e il secondo tempo, gli strumenti vengono riaccordati e gli aborigeni, sentendo il ritmo di chi accorda iniziano a interessarsi.
P: Stai cercando di dirmi qualcosa… Non badare al fatto che sto per cascare a terra, trascinato dalle gonadi che si gonfiano… Arriva al dunque!
T: E’ solo una questione culturale, quaquaraquà. Se ti avessero insegnato a giocare a scacchi durante l’infanzia, magari a scuola come facevano in Unione Sovietica, oggi sapresti riconoscere una bella partita. Dici che sai riconoscere un bel fumetto. Sei nato imparato, caro il mio uomo allo stato di natura?
P: Fanculo! Forse hai ragione, ma che non si ripeta mai più!
T: Hmmm….
P: Comunque una partita a scacchi non è un manufatto finalizzato a suscitare esperienza estetica!
T: E cosa vuol dire?
P:
T: Eh?
P: Non è un testo. Non c’è un emittente e un destinatario. Mancano tutti gli elementi che secondo Jacobson caratterizzano la comunicazione.
T: E già… Manca anche il disegno intelligente. Il testo lo fa dio e la partita a scacchi è natura. Ma cosa cazzo dici? Spari minchiate quando parli di passera (argomento di cui sei il più grosso teorico vivente), figurati quando ti metti a fare l’accademico!
P:
T:
P:
T: E poi qui la pizza fa anche schifo e costa un casino. Perché continuiamo a venire qui?
P: Perché è dedicata al principe De Curtis?
T: Ma mi facci il piacere!

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