È morto Pino Daniele

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Pino

Lo sai, ho un’idea romantica del lavoro intellettuale. Credo che chi ha trovato il modo per esporre l’ordine e la connessione delle proprie conoscenze debba prendere posizione. Continuamente. Editori, scrittori, docenti, storici, ricercatori, critici, studiosi, ma anche discenti, giornalisti, redattori, amministratori di contenuti, blogger, … A volte, quando sono di buon umore, vorrei lo facessero tutti quelli che hanno un profilo social nel web. Questa attitudine allo schierarsi che così spesso invoco dovrebbe – sempre nel mio pensiero ingenuo – tradursi nella capacità di definire contesto, traiettorie, percorsi, prossimità e distanze. In questo modo, chi venisse in contatto con quelle geografie, coerenti o incongrue, avrebbe agio a trovare la propria posizione in quell’ambiente e a capire se, là in mezzo, c’è un itinerario anche per lui.

Non voglio ammorbarti con questi miei pensieri postfestivi un po’ tristi. Voglio solo dirti che durante le mie vacanze ho – come sempre, come tutti – oziato più del solito. Ho letto, guardato, ascoltato, passeggiato, chiacchierato, mangiato, bevuto… L’ozio mi porta agli eccessi e, quindi, mi sono svegliato con il malditesta, ho compilato cruciverba e sudoku, ho acquistato libri che non leggerò, ho ascoltato lo sfrigolare della citrosodina sul fondo del bicchiere… Ho anche letto qualche giornale di troppo, cedendo un altro po’ di fiducia nel mondo al duro esame della realtà.

I reportage sono come le malattie infettive dell’infanzia: appena spunta un caso nella classe degli azzurri, si scatena un effetto domino che abbatte tutti i bimbi del nido. Nelle settimane scorse, per esempio, andava di moda parlare delle case di tolleranza tedesche (e credo che l’epidemia non sia finita). Funziona così. Si prende un cronista e lo si manda al fronte, dove egli si fingerà cliente e chiederà informazioni sui prezzi e sulle prestazioni. Il novello William Russel si concentrerà sulla molteplicità di offerte e rimarcherà il predominio della carne giovane, descriverà gli ambienti e ne accentuerà l’asetticità o il cattivo gusto, getterà occhiate furtive ai clienti e osserverà che non sono così brutti, analizzerà l’offerta meno standardizzata e mostrerà apertura mantenendo una sintassi controllata. Rovescerà, insomma, in quelle due o tre cartelle di testo normale maschilismo, osceno perbenismo, morbosità malcelata, parole a caso, avverbi e aggettivi. Una distesa di luoghi così comuni da non richiedere alcuna visita. Quella storia, Hunter S. Thompson non l’avrebbe raccontata così. E nemmeno Giancarlo Fusco.

Mi sveglio presto. Anche quando sono in vacanza. Leggiucchio e poi, in preda all’ozio, accendo il PC e guardo i quotidiani. Stanotte è morto Pino Daniele. Ho amato alcuni suoi dischi poi, una ventina d’anni fa, ho smesso di aspettare l’uscita di nuovi CD. È stata una scelta naturale. Mi pareva non facesse più nulla di mio interesse. Quattro mesi fa – era il primo settembre ed ero in vacanza anche quel giorno – mi ha chiamato Angelo. Mi ha detto: “Senti un po’… ho comprato due biglietti per Pino e la persona che doveva venire con me non può… ci vieni tu?” Mi piace essere una seconda scelta e Angelo è proprio simpatico. Mentre puntavamo l’Arena di Verona, mi ha spiegato che stavamo andando a sentire un concerto fatto per festeggiare i 34 anni di “Nero a metà” e che ci sarebbero stati molti ospiti. Non andavo a sentire un concerto in un grande spazio da anni: mi sono divertito, nonostante la presenza sgradevole di Renga, Biondi e Marrone.

Smetto di divagare e torno ai giornali. I titoli che ho letto stamattina sono in gran parte sobri. Dichiarano “È morto Pino Daniele” e aggiungono qualche informazione sull’età e sulla causa del decesso (infarto). Poi ci sono i gioielli. Quelli che parlano di “anima di Napoli”, quelli che raccontano la collaborazione con Troisi, quelli che associano questa scomparsa a quella di Mango… Non riesco neanche a essere incredulo. Sono passate poche ore non c’è tempo di meditare l’informazione ma la dura legge del click fa sì che i siti d’informazione stiano riempendosi di titoli effervescenti e di gallerie di immagini: una foto, una visualizzazione, un banner pubblicitario, e via, freccetta verso destra.

Ecco. Vorrei un giornale capace di serietà e distacco. Un giornale capace di pubblicare un titolo preciso (“È morto Pino Daniele”), una nota biografica puntuale, una discografia, la recensione dei dischi migliori e, volendo, di un concerto (magari di quella volta che, a Milano, Daniele ha aperto il concerto di Bob Marley). Niente vite dei santi, niente “anima di Napoli”, niente rancore, niente fila di lapidi, niente colleghi in lacrime. Solo questo.

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Una Risposta to “È morto Pino Daniele”

  1. Patrizia Mandanici Says:

    Subito dopo aver scritto due righe di ricordo (il mio primo concerto è stato il suo) leggo queste tue parole, che sento molto vicine. Da troppo tempo non lo riascoltavo, di suo non ho neanche i cd, solo qualche cassetta straconsumata.

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