IO SONO “CHARLIE”

Blck

Il professor Choron e François Cavanna inventano “Hara-kiri” nel 1960. È Un settimanale di satira “bête et méchant” (sporca e cattiva). A quel giornale partecipano – tra gli altri – Copi, Fred, Gébé, Guy Peellaert, Reiser, Roland Topor, Vuillemin, Willem… ah! E Cabu e Wolinski, anche.
Gente capace di ridere di tutto.
Per fare un esempio, il 9 novembre 1970 muore Charles de Gaulle. Se lo porta via un aneurisma. “Hara-kiri” titola: “Ballo tragico a Colombay [la residenza del generale]: un morto!”. Fa riferimento a una tragedia vera: un incendio in una balera in cui sono morte 146 persone. È uno scandalo. Il giornale viene sequestrato e la testata sospesa. La settimana dopo, la medesima redazione si ripresenta in edicola, senza fare neanche un plissé, con un’altra testata: “Charlie hebdo”.

Non ti voglio annoiare, ma sappi che quel titolo arriva dall’edizione francese di “Linus”: la dirige proprio Wolinsky, viene a stamparla qui a Milano, dopo averla impaginata sull’impianto grafico di Salvatore Gregorietti, e si chiama “Charlie mensuel”. A Wolinsky fa molto ridere l’idea che il nuovo settimanale possa omaggiare “Linus”, Charlie Brown e il generale De Gaulle. Tutto insieme.

Il nuovo giornale continua a essere “bête et méchant”. Ci collaborano – tra gli altri – Blutch, Fournier, Gébé , Jean-Marc Reiser, Riad Sattouf, Joann Sfar, Siné, Jacques Tardi, Willem. Ah… E Cabu, Charb, Tignous, Wolinski.

Solo per fare un esempio (un altro esempio), Reiser è morto per un tumore al pancreas. Quando è successo, il giornale ha fato uno speciale “Hara-kiri mensuel” con questa copertina disegnata dallo stesso Reiser. Gente capace di prendere per il culo la malattia e la morte.

Reiser

La redazione è, per un giornale di satira, il cuore pulsante. Un posto in cui un gruppo di individui sporchi e cattivi tiene le antenne rizze e mette sul tavolo quello che ha preparato. Ci si critica, in redazione, ci si istiga, ci si pungola, ci si smorza, ci si manda affanculo. La redazione è il luogo in cui nasce il giornale. Sedute lunghe, serietà, battute, incazzature, nervosismo, risate, cazzeggio, bestemmie, preghiere… Tutto insieme.

Colpire la redazione di un giornale significa non essere nemmeno umani.

Mi ha scritto D. Mi vuole bene e forse sente il bisogno di farmi le condoglianze:

“È come se avessero aperto il fuoco, uccidendo tutti, in un’università e in un asilo nido allo stesso tempo. Perché erano intellettuali, fumettisti, artisti, poeti e indifesi. Non si può sparare lì.”

Non si può sparare lì.

Il giornale che conosco, la prossima settimana, sarà in edicola. Avrà in copertina qualcosa di feroce e malvagio. Onorerà il Professor Choron, Cavanna e Reiser. Onorerà Cabu, Charb, Tignous e Wolinski. Perché quel settimanale è una macchina inarrestabile.

Io non sono capace di satira. Di solito non mi piace neanche. Ed è per questo che voglio una copertina migliore di quella cui penso io. Non è difficile. La mia usa battute di repertorio e non è un granché, ma non ho una redazione attorno a me. Presenta quei figli di puttana, capaci di aprire il fuoco su una redazione, con i loro passamontagna scuri e dice: “Non si indossano preservativi neri: snelliscono un casino!”

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6 pensieri su “IO SONO “CHARLIE”

  1. Già, non solo non si deve sparare – già solo per un banale criterio di proporzionalità – ma sarebbe anche il caso di non sciacallare.
    Invece il circo degli approfitattori ha già montato le tende, dal Financial Times (redazione di “stupidi”, non si “provoca l’Islam”) alla Le Pen (che t’o’dico a ffa’…) al bestiario nostro nazionale.

    Se poi faccio l’esperimento mentale un po’ arduo di entrare nelle menti di un ipotetico commando di fondamentalisti (anche non eterodiretti), armati fino ai denti, reduci da esperienze belliche reali, tutti vestiti di nero, non riesco a immaginare con quale orgoglio si possa vedere se stessi nel proporre e approvare la mozione “dai, andiamo ad ammazzare quegli inermi blasfemi di Charlie Hebdo così il Profeta ci sarà riconoscente”.
    Una proposta così sarebbe da punire con le classiche cento frustate dopodiché verrebbe richiesta un po’ più di serietà, che qualcuno proponesse una azione un più consona ad una “guerra”, se proprio guerra dev’essere.

    Quando leggo e sento l’argomento “se la sono andata a cercare” le ragioni per imbestialirmi con chi lo propone si moltiplicano, e non a torto. Perché, tra le righe, ma neanche tanto, così sdoganano l’idea che ci possano essere individui e gruppi e organizzazioni che si sentono legittimati ad ammazzare perché si sono proprio tanto impermaliti e offesi.
    Sarebbero legittimati a mettere su una pubblicazione satirica, al massimo, ma non credo che abbiano alcuna capacità di ridere.
    E non mi tirate fuori scontri di civiltà e la disperazione delle banlieu – sono argomentazioni spuntate, citate per non nominare mai qualcosa che atterrisce, perché dovremmo riconoscerne le tracce ed i segni anche in noi stessi: il mai troppo latente gusto degli umani per la violenza, la prevaricazione e l’ammazzamento.

    Oggi si dicono “Charlie” anche quelli che ieri o non sapevano cosa fosse o che, più probabilmente, ne avrebbero ricavato solenni irritazioni.
    Va bene così, sia chiaro – ogni risonanza aumenta le possibilità della consapevolezza.
    Ancora meglio sarebbe continuare ed elaborare meglio il concetto e l’idea, perché penso che non venga senza qualche sforzo (degno di venir compiuto) essere “Charlie”.

  2. “dai, andiamo ad ammazzare quegli inermi blasfemi di Charlie Hebdo così il Profeta ci sarà riconoscente” è la MIA nuova copertina del prossimo numero di “Charlie”

  3. Arrivano i tre terroristi in paradiso e trovano i vignettisti di Charlie hebdo che si stanno scopano una lunga fila di donne a quattro zampette.
    – Hei, ragazzi, ma quelle sono le nostre vergini! – urlano i terroristi.
    – L’imene…ecco… – ansima Wolinski – dicevo che c’era qualcosa che mi rompeva il cazzo.

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