La domanda di Alice

Poco più di un anno fa ho iniziato a collaborare con “Scuola di Fumetto”. Su quel giornale ho fatto una rubrica che io mi ostino a chiamare “Le vere storie del fumetto” e Laura Scarpa “Inchiostro”. I due titoli convivono e non si vogliono particolarmente bene. Questo è stato il primo intervento. Siccome continuo a essere questo ingestibile groviglio di ossessioni, parlo di Lewis Carroll e John Tenniel.

MadHatter

Quella mattina John Tenniel porta a spasso i suoi baffoni per le strade di Oxford indossando la migliore espressione di noncuranza. L’ultima cosa che il maggior vignettista politico di “Punch”, il settimanale satirico londinese, vuole in quel momento è che qualcuno lo noti. Si muove lentamente, con fare un po’ ozioso, lanciando occhiate in tralice a un ometto che, a sua volta, pare non aver nulla da fare. Memorizzare quel tizio non gli sarà difficile. Sembra nato per facilitare la vita ai caricaturisti: nasone, mento sfuggente, grembiule e un cappello a cilindro, calcato in testa, spinto ridicolmente indietro.
L’ometto si chiama Theophilus Carter ed è un mobiliere che, in passato, ha lavorato al Christ Church College di Oxford. Lì ha incontrato un insegnante, il reverendo Charles Dodgson, riuscendo nell’impresa, certo non difficile, di conquistarne l’antipatia. Qualcuno dice che Carter abbia venduto all’insegnante un mobile di pessima qualità.
Mentre osserva il mobiliere, Tenniel pensa a Charles Dodgson. Quanto gli costa dare ragione a quel mediocre insegnante di matematica, balbuziente e rigido come uno che avesse ingoiato un bastone: Carter è un Cappellaio Matto perfetto.
Mai si abbasserà ad appuntarsi i tratti di quel volto. In fondo lo ha già detto a quello sciagurato di Dodgson: lui disegna affidandosi unicamente alla propria memoria infallibile; ha bisogno di modelli e fotografie come un matematico di una tavola pitagorica.
Quanto è fastidioso quel mediocre insegnante! Lo manderebbe volentieri al diavolo, ma il romanzo che gli ha proposto di illustrare è bellissimo fin dal titolo, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. E anche il nome che l’insegnante ha scelto per firmarlo non è affatto male: Lewis Carroll.

* * *

Alice, presentandosi ai suoi lettori, pone subito la domanda essenziale, senza perdersi in orpelli o infiorettature: «A che serve un libro senza figure né dialoghi?». A poco, è evidente. Chi vi indugia si annoia a tal punto da cercare rifugio nel sogno e nella tana del coniglio che, come tutti sanno, è una porta che conduce al Paese delle Meraviglie.

Della scarsa utilità di un libro di sole parole è convinto anche Lewis Carroll che, fin dalla prima stesura, infittisce il suo libro di dialoghi e di disegni. Alice’s Adventures Under Ground è il titolo della prima versione, destinata a essere regalata alla piccola Alice Liddel che ha ispirato quella storia. Per completare il suo racconto, per renderlo coerente e finito, Dodgson decide di alternare, alle sequenze scritte, pagine disegnate con perizia. Il reverendo non è un gran tecnico dell’illustrazione, ma ha a appreso i segreti della costruzione delle figure da due passioni: da un lato quella per la macchina fotografica, di cui è uno dei primissimi possessori; dall’altro, dalle amate illustrazioni che vede, tutte le settimane, sulle pagine di “Punch”.

Quando decide di dare una diffusione maggiore al proprio romanzo, si dedica a una riscrittura radicale che lo porta a estendere l’opera originaria e a rivederne completamente la struttura. Siccome le illustrazioni sono necessarie perché Alice sia completa, Carroll si rivolge proprio a Tenniel di “Punch”, commissionandogli i 42 disegni che richiederanno al disegnatore un anno di lavoro.

Tenniel coglie immediatamente le regole del gioco di Carroll e vi si immerge senza timore, rifiutando il ruolo di mero esecutore. Ricostruisce alcune delle immagini già progettate dallo scrittore, gratificandole di un segno nuovo e di una tecnica finissima, ma mantenendone l’impianto. Per il resto si confronta con la scrittura senza alcun timore. Scontri continui caratterizzano il rapporto tra i due: come la volta in cui Carroll si lamenta per le proporzioni errate della bambina e invita il disegnatore a usare delle foto, da lui stesso scattate, come modello; oppure, come quando, durante la realizzazione del seguito del romanzo, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, il disegnatore chiede modifiche al testo scritto, per migliorare quell’insieme unico e perfetto di parole e di immagini che ci ostiniamo a definire romanzo.

* * *

È straordinario osservare quanto Carroll e Tenniel siano consapevoli del delicato equilibrio della loro collaborazione. Nelle lettere che i due si scambiano, sotto uno strato di squisita educazione, emerge una sfida continua.

Ed è proprio in questo laboratorio d’eccezione, in cui parole e immagini si scontrano per trovare il punto di equilibrio narrativo, che compare la più straordinaria definizione di fumetto che possa capitare sotto gli occhi di un lettore.

In Attraverso lo specchio, Alice si ritrova nel negozio della Pecora e inizia a guardare tutti gli scaffali presenti nel locale.

“Il negozio sembrava pieno di oggetti curiosi di ogni sorta, ma la faccenda più strana era che, ogni volta che Alice fissava uno scaffale per capire cosa ci fosse esattamente sopra, quello stesso scaffale era sempre completamente vuoto, sebbene gli altri tutto intorno fossero tanto pieni zeppi da traboccare. “Ma qui le cose scorrono!” disse infine in tono lamentoso, dopo aver passato un minuto o due nel vano inseguimento di un oggetto grande e lucente, che alle volte sembrava una bambola e alle volte una cassetta degli attrezzi, e che era sempre nello scaffale sopra quello che guardava.”

Perché ogni singolo elemento non significa niente. La storia corre tutta intorno e, per afferrarla, bisogna rincorrerla con lo sguardo.

TheophilusCarter_c1894

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