Manuali di estremismo

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Se dalle tue parti ci sono ancora le edicole, se ti capita di incrociarne una, se il distributore ha fatto il suo dovere, se la congiuntura astrale è quella esatta, se… puoi comprare il nuovo numero di “Scuola di Fumetto”. E’ il novantaseiesimo e ha questa faccia.

Copertina Scuola Di Fumetto 96

Dentro ci trovi, come al solito, le rubriche firmate da Boris Battaglia e da me. La mia (che si chiama “Le vere storie del fumetto” anche se la direttrice, che vorrebbe da me almeno una parvenza di understatement, si ostina a intitolarmela “Inchiostro”) parla dell’estate dei miei nove anni. Lo so, le memorie d’infanzia sono appiccicose e noiosette, ma avevo voglia di dire del mio primo incontro con “Linus” e l’ho fatto. Se vuoi leggere quel pezzo, devi comprare la rivista.
Io mi sento sempre un po’ in colpa a fare autopromozione e allora, per scusarmi, ti regalo una puntata precedente della rubrica.
Siccome è maggio (il mese che ha fatto a meno del vostro coraggio), eccomi a dire dei manuali di estremismo.

Kagemaru Den Copertina

Le vere storie del fumetto: Manuali di estremismo

Al termine del secondo conflitto mondiale, furono tante le nazioni che dovettero imparare a convivere con i benefici e con i limiti della democrazia. Dalla metà degli anni cinquanta, per molti di questi stati, iniziò un periodo di benessere capace di trasformare tanto il panorama delle città, che si riempirono di abitanti fuggiti dai campi, quanto le case, in cui iniziarono a fiorire televisioni, frigoriferi e lavatrici. Dieci anni dopo, il movimento transnazionale del Sessantotto si abbatté su quelle nazioni, riempiendo le piazze di proteste e colori, modificando le storie in cui viviamo e trasformando le fabbriche e le scuole.

Gli studenti che occupavano le università avevano almeno una caratteristica in comune, in tutto il mondo: l’età. Ascoltavano e ballavano musica che non apparteneva ai loro genitori, giocavano con i flipper, leggevano fumetti, potevano finalmente spendere denaro per cose inessenziali e, soprattutto, non avevano vissuto la guerra sulla propria pelle.

Quando, per protestare contro l’intervento militare in Vietnam, gli studenti occuparono le università in gran parte del mondo, essi iniziarono a darsi nomi strani, quasi incongrui, incomprensibili ai loro genitori. A Tokyo, dissero di essere dei “Joe del futuro”, facendo riferimento ad Ashita no Joe di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba (in Italia, Rocky Joe) un fumetto che, dall’inizio dell’anno, usciva, a cadenza settimanale, su “Weekly Shōnen Magazine”. Joe, il protagonista, era un ragazzo ribelle, un orfano in fuga, cresciuto ai margini della società, in una provincia devastata dalla povertà, e il cui destino obbligato non poteva che essere l’adesione alla criminalità organizzata. Un destino cui il giovane decideva di opporsi grazie a un talento innato per la boxe, supportato da una determinazione irrefrenabile.

I ragazzi di Tokyo che, autoproclamandosi “Joe del futuro”, sceglievano il proprio eroe per la caparbietà con cui egli affrontava un domani privo di speranze, erano gli stessi che, dai balconi delle università occupate, stendevano striscioni inneggianti alla “Brigata Kamui”. Il ninja Kamui, cui quegli slogan facevano riferimento, è il titolare di un fumetto di Sanpei Shirato, Kamui den.
Shirato era uno specialista in narrazioni sul Giappone feudale e sulla casta dei guerrieri.
Tradizionalmente le avventure dei samurai si nutrivano della gloria militare, del coraggio, della disciplina, delle magnifiche capacità marziali, della bellezza delle armature e delle spade. Shirato era distantissimo da questa fascinazione verso i guerrieri:

«Odio i samurai. Derubano i contadini del frutto del loro lavoro, come se ne avessero il diritto più assoluto.»

I fumetti di Shirato erano alimentati da un lavoro di documentazione minuziosa. Parlavano sì di samurai e di nobili, di guerre, vendette e conquiste, ma rivolgevano la maggiore attenzione alle condizioni del popolo e dei paria, degli ultimi della terra. I ninja, con le loro arti misteriose e con le loro trame oscure, erano dei disobbedienti mossi da obiettivi imperscrutabili e i samurai, con il loro codice militare, degli oppressori al servizio dei padroni. Prima di Kamui den, tra il 1957 e il 1962, Shirato aveva realizzato Ninja Bugeicho (pubblicato anche in Italia, con il titolo Kagemaru den, da Hazard, i 4 volumi) in cui raccontava le imprese di un ninja, apparentemente strafottente ed egoista, capace di sovvertire l’ordine e di scatenare rivoluzioni. Una storia che aveva affascinato i giovani lettori che, di lì a poco, sarebbero confluiti in quella Nuova Sinistra che nasceva in aperto conflitto con il Partito Comunista Giapponese. Uno tra loro, il regista Nagisa Oshima, che dieci anni dopo avrebbe conquistato fama internazionale con il conturbante Ecco l’impero dei sensi, nel 1967 aveva trasformato Ninja Bugeicho in un film antagonista, in cui sperimentava una semianimazione, ottenuta filmando le vignette immobili del fumetto.

Kamui, il ninja verso cui andavano le simpatie degli studenti del 68 giapponese, era nato, nel luglio del 1964, sul primo numero del mensile “Garo”. Tanto il fumetto quanto la rivista mostravano un esplicito impegno sociale che era diventato evidente quando, nel maggio del 1965, il giornale aveva pubblicato un editoriale firmato dallo stesso Shirato:

«Fino a oggi, ho sconsigliato a tutti il mestiere di fumettista, perché, se le cose si fossero messe male, cambiare professione sarebbe stato difficilissimo. Ma oggi la crisi economica ha condotto le aziende piccole e medie al fallimento, facendo crescere l’inflazione e aumentando il divario tra ricchi e poveri. Oggi è obbligatorio che il fumetto denunci questa situazione e, per fare questo, una nuova generazione di fumettisti deve sostituirsi alla vecchia. Stare chiusi nella propria stanzetta a disegnare caricature non è più sufficiente. Fare l’assistente di un autore celebre non basta più. Bisogna costruire dei racconti pertinenti, densi di significato, senza cercare di ammaestrare e pervertire il proprio stile. Bisogna sperimentare, per trovare se stessi e stimolare gli altri. È da queste sperimentazioni e da questi stimoli che nasce il progresso. E siccome queste sperimentazioni sono assenti negli altri giornali, noi le accoglieremo in “Garo”.»

Un fumetto capace di sporcarsi di storia e di realtà, mosso da una determinazione inarrestabile a confrontarsi con un mondo che, forse, non era troppo diverso da quello in cui viviamo.

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