La mano che ti segue di Italo Calvino

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Periodicamente tornano di moda le leggende metropolitane. Giornalisti un po’ in affanno, che non sanno come riempire la pagina di quotidiano che è stata loro affidata, riesumano dai ricordi quelle storie. Sottolineano, questi signori, che quelle che una volta si chiamavano leggende (grazie all’azzeccata definizione di Jan Harold Brunvand http://www.janbrunvand.com/) oggi si chiamano, con meno poesia, bufale. Sabato scorso, sulle pagine della “Stampa”, Marco Belpoliti diceva delle nuove leggende e, facendolo, citava un noto pezzo scritto da Italo Calvino per Repubblica il 26 agosto 1980 di cui ho letto, per la prima volta, in un libro di Antonio Faeti (forse “Le notti di Restif”, ma non ricordo bene). Quel pezzo, scritto da uno che quando doveva riempire una pagina di giornale non si risparmiava, si chiama “La mano che ti segue”. Violando non so quante leggi, lo ricopio qua di seguito.

La mano che ti segue

Parigi. Una notte sui boulevards dalle parti della Bastiglia2 Yvonne J., 24 anni, sta tornando a casa sola sulla sua piccola macchina.
Mentre è ferma a un semaforo sente un colpo alla carrozzeria, da dietro; nello specchietto vede il faro d’una moto; si volta e fa per protestare, ma gliene passa subito la voglia. Dietro la sua macchina ha visto molti fari, tutti puntati su di lei, fermi e sobbalzanti. Due motociclette le si affiancano: sulle spalle inguainate di cuoio Yvonne vede le teste dei guidatori sotto caschi metallici voltarsi per guardarla. Dai manubri si staccano mani che stringono pesanti catene di ferro.
Non c’è nessun altro veicolo fermo al semaforo; sui marciapiedi a quest’ora non passa più nessuno. Una catena s’abbatte contro una fiancata dell’auto, ma Yvonne capisce che le conviene restare impassibile, fissare dritto davanti a lei, evitare di guardarli. Sa d’essere incappata in una banda motorizzata di quelli che una volta si chiamavano blousons noirs e adesso vengono detti loubards o rockets, che la notte corrono la città in lungo e in largo cercando occasioni e bersagli per sfogare la passione d’aggredire e di distruggere, una passione troppo irresistibile e divorante per poterla fermare quando si sfrena.
Appena viene il verde, Yvonne si lancia avanti tendendo lo sguardo alla prospettiva dei semafori scaglionati lungo l’avenue, una sfilata di punti verdi che sembrano attenderla. Ma ecco che le luci diventano rosse a una a una, prima le più lontane poi le più vicine: Yvonne deve fermarsi di nuovo, con la banda dei loubards che le piomba addosso, alzando le catene. La lamiera della carrozzeria rimbomba come un tamburo; un rumore di vetri rotti l’avverte che un colpo di catena le ha distrutto una delle luci posteriori. Mani scuotono le impugnature delle portiere, gesti e richiami le comandano di scendere; a Yvonne non resta che sperare che serrature di sicurezza e cristalli resistano.
L’incrocio è attraversato ancora da qualche veicolo che corre nella via perpendicolare. Yvonne suona il clacson disperatamente sperando d’attirare l’attenzione di qualcuno; ma o nessuno s’accorge della sua situazione, o chi se n’accorge tira via spaventato e i richiami della ragazza non hanno altro risultato che incattivire ancor di più i suoi persecutori.
Aspetta la via libera, riparte. Quanti semafori ancora la separano da casa? Perché lei si sta dirigendo verso casa, istintivamente, e non pensa che si va a cacciare in una situazione ancor più disperata. Sì, ora se ne rende conto: i dintorni di casa sua a quest’ora sono deserti, i loubards la seguiranno fin là e appena uscirà dalla macchina sarà nelle loro mani.
È così spaventata da questa prospettiva che tarda ad accorgersi che le moto sono rimaste indietro. Non osa credere a ciò che vede nel retrovisore: i fari delle moto che rimpiccioliscono e diventano dei puntini gialli in lontananza. Forse la banda non si degna di correre dietro a una macchina modesta come la sua; sono obiettivi più vistosi quelli che cercano, vittime meno smarrite e indifese di lei. Ecco, al prossimo incrocio svolterà tutt’a un tratto e riuscirà a far perdere le sue tracce.
Non è ancora arrivata all’incrocio e s’accorge che là dietro gli occhi gialli dei fari si dilatano tutti insieme: nel momento in cui lei svolta ecco che volano come rispondendo a un richiamo, curvano ad angolo retto, la seguono.
La soluzione migliore sarebbe cercare un bar ancora aperto, con gente cui chiedere aiuto, o almeno un telefono. Ma tutti i locali hanno ormai chiuso. Ecco l’insegna d’un caffè; la vetrata è illuminata; Yvonne frena.
Stanno calando la saracinesca proprio adesso.
– Un momento! – Ma è inutile gridare: camerieri, avventori sono tutti spariti, non si vede anima viva. I loubards arrivano; i colpi di catena grandinano sulla corazza metallica che Yvonne sente ormai come un fragile guscio.
Chiusa nella sua gabbia trasparente, le sembra che la disparità della sua sorte cominci già dal fatto d’essere esposta ai loro sguardi mentre loro sotto i caschi le appaiono come esseri senza volto. Solo ogni tanto intravede tra il cuoio capelluto e il metallo una bocca che s’apre in un ghigno o in un grido di minaccia o di scherno. Forse è meglio così: che non ci sia nessuna faccia umana in cui identificare il proprio terrore.
Ci sono le mani, le mani che impugnano le catene e i comandi del manubrio, che le si avventano contro pronte ad afferrarla, le mani che, come unica parte visibile di quegli esseri ciechi e incomunicabili, sembrano animali in cui si concentra tutta la volontà di sopraffare e sbarrare, ma porta in sé anche l’ultimo ricordo e calore d’una fraternità perduta.
Non c’è che riprendere la corsa, ma come loro prigioniera, preceduta, fiancheggiata, seguita dalle moto trionfalmente rombanti. Sono loro a guidarla, a obbligarla a voltare a destra o a sinistra. Sembra una scorta d’onore, ma è il trasporto d’una preda di guerra. Certo vogliono condurla in una località solitaria della banlieue, dove lei si troverà senza difesa in mano loro. Yvonne sa di non avere alternative: se si ferma, le demoliranno la macchina a colpi di catena.
Ora sono arrivati a una delle uscite della città. Dai cartelli indicatori Yvonne vede che le basterebbe svoltare a destra o a sinistra per sboccare sui boulevards periferici, da cui si dipartono le autostrade. È l’ora in cui i camion che devono raggiungere all’alba i mercati delle città di provincia lasciano i depositi della capitale e si mettono in cammino.
“Se riuscissi a scattar via di sorpresa” pensa Yvonne “a incolonnarmi nel flusso del traffico che esce dalla città, a infilarmi tra due camion, a sparire…”.
Ma le moto la costringono a tenere la corsia centrale, che s’inoltra in un triste sobborgo della banlieue.
Il semaforo passa al rosso: Yvonne, frenando, si porta sulla destra per riservarsi un’eventuale libertà di manovra. Ma i loubards hanno capito il suo piano: un moto le si impenna davanti; una catena s’abbatte sul parabrezza; il vetro resiste ma comincia a incrinarsi…
Yvonne decide di giocare il tutto per tutto; scatta avanti col rosso, urta e striscia contro le moto che la stringono intorno; a giudicare dal fragore qualcuno dovrebbe essere andato a ruote all’aria; la macchina sobbalza su un ostacolo steso al suolo, s’incaglia, poi si libera di strappo. Ecco che svolta e imbocca lo svincolo inserendosi nel flusso degli altri veicoli che sopravvengono e la separano dagli inseguitori.
Yvonne sente che il rumore della macchina in corsa non è più lo stesso: stridori e sferragliamenti avvertono che ci dev’essere qualcosa di rotto che sbatacchia, ma la sola cosa che sta a cuore alla guidatrice è che il motore non si fermi.
Percorre un tratto dei viali periferici, poi appena è sicura di non essere inseguita rientra in città. I semafori, divenuti obbedienti ai suoi desideri, le aprono la strada e la richiudono alle sue spalle. Ormai Yvonne è in salvo: ma continua a tenere d’occhio lo specchietto col terrore di veder riapparire gli occhi gialli micidiali.
Eccola vicina a casa. La ragazza è ancora sotto shock, in preda ad angosce assurde: teme di trovare i persecutori che la aspettano sulla porta. Entra nel parking sotterraneo. E se fossero lì appostati? Il ragionamento abbandona quelle paure d’incubo. La sua agghiacciante avventura è davvero finita. Parcheggia, spegne il motore, si prende il viso tra le mani e resta lì appoggiata al volante. Deve raccogliere le forze, ritrovare la calma per poter scendere dalla macchina e affrontare l’ultima prova: constatare i danni che la furia dei vandali ha prodotto alla sua macchina. Con le gambe che le tremano, scende; gira intorno alla vettura. La prima cosa che vede è una specie di strascico che s’allunga al suolo. Una delle catene dei loubards è rimasta impigliata al mozzo d’una ruota.
Al termine della catena c’è attaccato qualcosa. Yvonne si china, fa per raccogliere l’oggetto, lancia un grido e si copre gli occhi. Lì per terra c’è una mano. Il polso troncato è stretto nel braccialetto d’acciaio cui è legata la catena.
Appena Yvonne può riaversi, chiama la polizia, fa telefonare a tutti gli ospedali: se s’arriva in tempo, non è impossibile riattaccare al suo braccio una mano troncata. Ma quella notte pare che nessuno sia stato ricoverato negli ospedali della regione parigina per la mutilazione d’una mano.
– Non s’impressioni tanto – così i poliziotti cercano di calmare la ragazza sconvolta – ogni settimana a Parigi viene ritrovata qualche mano o qualche piede che non si sa di chi sia e che nessuno viene a reclamare.
La storia mi è stata raccontata col nome e cognome e indirizzo della persona a cui è capitata il mese scorso, conoscente di conoscenti di conoscenti. Dalle indagini che ho fatto, sarebbe una storia tutta vera, così come ve l’ho riferita. Altri però m’hanno detto d’aver sentito raccontare la stessa storia già anni fa, ambientata in altri quartieri e con qualche dettaglio diverso: sarebbe quindi una leggenda della metropoli moderna, che si tramanda di bocca in bocca.
Ma ci potrebbe essere una terza possibilità: che sia una storia che si ripete nella realtà, tal quale, nelle grandi città dove tutti gli elementi in questione sono presenti e basta poco perché si combinino in questa sequenza, come una composizione chimica in una provetta, così come si ripetono intorno a noi tante storie anche più raccapriccianti e insensate di questa.

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