Non si capisce niente

Lo so. Io di “Linus” non dovrei parlare. Sarebbe meglio se, a questo punto, facessi finta che il giornale che ancora oggi si trova in edicola non abbia alcuna relazione con quello che fu di Giovanni Gandini e di Oreste del Buono. E, vista la distanza siderale, fingere mi costerebbe pochissima fatica. Ma quel logo disegnato da Salvatore Gregorietti – e che, per inciso, io non ho potuto usare sulla copertina del mio libro – mi costringe mensilmente all’acquisto compulsivo. Siccome sono un lettore, sento di avere il diritto di incazzarmi. Anche se, lo so, io di “Linus” non dovrei parlare.

JMReiser

Tuono Pettinato è un fumettista che racconta storie lunghe che mi piacciono. Lo guardo con attenzione anche quando si cimenta con la misura breve, sebbene le strisce e le storie in due pagine mi sembrino molto meno interessanti. Sul numero di “Linus” di agosto, per la serie “i fumettisti ragguardevoli”, ha pubblicato un omaggio al sommo Reiser. In cima alla pagina, Tuono ha disegnato il personaggio più noto del fumettista francese, il Porcone. Reiser è lontanissimo dalla poetica di Tuono Pettinato e il Porcone è il manifesto della sua comicità da mostro selvaggio. Una distanza così grande da costringere Tuono a una censura che trovo insopportabile: non ha disegnato il testicolo che pende dalle mutande del Porcone. Non ci sono scuse. Non è una dimenticanza. È censura. Quello, per usare le parole di mio fratello Cherebro, è “il coglione sinistro più geniale della storia del fumetto”. Rimuoverlo significa snaturare il personaggio e smussare gli spigoli all’autore, perché possa entrare senza fastidio nel blister che lo ospiterà.

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La copertina di questo numero di “Linus” presenta un disegnino veloce di Minoggio. C’è un gomitolo rosa in campo bianco che legge un giornale e dice: “non si capisce niente”. Probabilmente fa riferimento alla “prima mappa del dibattito in rete” presentata da uno strillino sopra la testata.

Il nuovo direttore, Giovanni Robertini, vuole trasformare il giornale. E per fare ciò ha già immesso in “Linus” tutta la novità che può garantire Sergio Staino. Probabilmente, nei prossimi mesi, arriveranno altre firme inaspettate. Consapevole della storia del mensile, Robertini ha deciso di giocare con il momento di trasformazione più radicale che il giornale abbia mai attraversato.

Oreste del Buono, direttore dal dicembre 1971, decise di fotografare il marasma di idee e pensieri che caratterizzava la sinistra extraparlamentare italiana: commissionò a Massimo Fini una tassonomia dei gruppi che, di lì a poco, avrebbe scatenato una ridda di polemiche e aperto le pagine della posta del giornale a un confronto frontale con le idee dei lettori, spesso confuse ma difese strenuamente. L’articolo era redatto con un approccio cartografico e, proprio grazie al metodo di realizzazione, si era guadagnato un titolo altisonante: “L’Extramappa”. Fini, nel suo memoriale “Una vita: un libro per tutti o per nessuno”, ricorda così quell’articolo seminale:

“Nell’ottobre del 1973 – ero già passato a “L’Europeo” – feci per “Linus” una mappa dei vari gruppi della sinistra extraparlamentare che Oreste del Buono titolò “L’Extramappa”: MS, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, marxisti leninisti (linea-nera), Potere Operaio (“Potop” in gergo, soprannominato anche “molotov e champagne” perché vi militavano ragazzi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli, futuro direttore del “Corriere della Sera”), Lotta Comunista e le ancora misteriose Brigate Rosse. Le analizzavo nei contenuti e, in linea ascendente, secondo la loro propensione alla violenza. Un’inchiesta non pregiudizialmente ostile. Molti di quei ragazzi, soprattutto in “Lotta Continua” e nel “Movimento Studentesco”, li conoscevo bene. Alla Statale di Milano fu appeso un tazebao in cui Oreste del Buono ed io venivamo bollati come “spie della Cia”. Oreste, uno degli uomini più intelligenti che ho conosciuto, ma vilissimo, prese immediatamente le distanze dall’”extramappa” e, soprattutto, da me. Ricevetti un minaccioso biglietto di Oreste Scalzone e di Giairo Daghini, di cui al momento non valutai la pericolosità. Ma l’agguato non venne da lì. Nell’extramappa avevo preso in giro uno dei leader del MS, Luca Cafiero “di cui nessuno sospettava le virtù rivoluzionarie, essendo conosciuto come ‘un bravo ragazzo’, un po’ ‘ciula’, che si era educato a Oxford, faceva l’assistente e girava in Triumph”. Quando Ilio Frigiero, un mio amico militante di Lotta Continua che mi aveva aiutato a compilare l’extramappa e che conosceva i suoi polli, lesse quel passaggio, mi disse: “Tu sei pazzo”. Qualche sera dopo mentre rincasavo arrivarono in quattro, con i caschi da motocicletta e le catene. Quando il capo del manipolo mi fu addosso, lo riconobbi al di là della visiera: era Giorgio Livrini, l’allegro ragazzo con cui sei anni prima avevo fatto il “guardiaporte” alla Statale. Si era appesantito nella stazza del picchiatore. Dissi: “Giorgio…”. Vidi nei suoi occhi passare un lampo che diceva “Questo qui adesso o lo ammazzo, perché mi ha riconosciuto, o lasciamo perdere”. Finì a tarallucci e vino. Andammo tutti e cinque da Oreste [il bar] a berci un bicchiere. Ma se, per volontà del Caso, le cose non fossero andate in quel modo, sarei finito anch’io in sedia a rotelle, come in quegli anni è capitato a molti.”

Erano anni in cui “Linus” cambiava idea, linea editoriale e la vita dei suoi lettori. In cui la società poteva entrare in un giornale, fisicamente, facendo paura e roteando catene.
Quando Robertini commissiona la “prima mappa del dibattito in rete”, pur non dichiarandolo, ha chiaro in mente quel predecessore. In assenza di un polemista vigoroso e capace di scrivere come Massimo Fini, affida il compito a Valerio Mattioli e a Raffaele Alberto Ventura, collaboratori di “Prisma”, “Vice”, “Internazionale”, “IL”, “Eschaton” e “Minima et moralia”. Fini lancia uno sguardo esterno a un fenomeno verso cui, pur millantando obiettività, prova disprezzo. Mattioli e Ventura, cui forse l’extramappa non è stata neanche citata, raccontano un mondo piccolo e provinciale, da dentro, facendo carezze a tutti e cercando di inanellare spunti polemici – in forma di buffetto – su quisquilie accessorie. Una mappa che non serve a niente: non fornisce coordinate, non indica prossimità, non rappresenta confini, … Si limita a dare indicazioni di punti notevoli, affollati da turisti e frequentati dai viaggi organizzati. Insomma, come dice Minoggio in copertina, “non si capisce niente”.

reisersourd

Sono un lettore. E ho delle belle pretese. Se investo i miei quattrini e, soprattutto, il mio tempo per leggere un giornale, esigo che questo mi stupisca, che non assecondi le mie aspettative. Sulle pagine di “Linus” di agosto le sole cose che mi svegliano dal torpore sono Maurizio Milani (che però lavora su temi che chi segue la sua rubrica sul “Foglio” ormai conosce bene) e il recupero di Reiser. Tutto il resto mi pare il lavoro di chi non ha ancora il coraggio di fare i conti con la propria storia, di chi non si accorge che fumetti e articoli esausti devono essere evitati, di chi non dichiara esplicitamente i motivi della costruzione di una mappa, di chi non richiama con severità Tuono Pettinato per aver rimosso “il coglione sinistro più geniale della storia del fumetto”.

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9 pensieri su “Non si capisce niente

  1. Tuono Pettinato è uno dei pochi fumettisti italiani che mi piacciano davvero perché è un originale, ma non so immaginare un artista più di lui lontano da Reiser, che mi piace molto. Gli è che c’è questa ‘stortura’ degli ‘omaggi’ a cui immagino sia difficile dire di no; e oggi pare che omaggiare un artista equivalga a farne l’imitazione, o la parodia (con tutto ciò, non ho visto il lavoro di Tuono Pettinato a cui ti riferisci).

  2. Ciao, la mappa di Massimo Fini ovviamente la conoscevamo ma effettivamente abbiamo preferito non citarla per non evocare paragoni impietosi: è stata sicuramente uno spunto ma ci siamo accorti prestissimo che né noi né la nostra epoca siamo all’altezza. Ci siamo limitati a fare esattamente quello che dici tu, e che nell’articolo diciamo anche noi, ovvero parlare delle cose che conosciamo, che ci passano davanti ogni giorno. Abbiamo preferito una relativa autocensura all’espressione di giudizi eccessivamente idiosincratici (le idiosincrasie le esprimiamo in altri contesti, sicché Mattioli ha tenuto a freno il suo odio per i renziani e io ho evitato di spargere cattiverie su Quit the Doner o Fusaro). Col senno di poi, comunque, ci siamo rimproverati infinite manchevolezze. Alla fine io mi sentirei anche di condividere il tuo giudizio, severo ma giusto, se tu riconoscessi che non abbiamo fatto né più né meno di quello che abbiamo annunciato. E se abbiamo fallito forse è perché non potevamo fare altro che fallire; ma in questo fallimento abbiamo comunque cercato di dire o suggerire qualcosa, che in qualche modo nell’articolo traspare: ovvero che che nel suo troncone centrale abbiamo un universo autoreferenziale dove si svolgono conflitti banali (milano-roma) e una specie di calciomercato in cui destra e sinistra sono semplici etichette.

  3. Raffaele, se dicessi che non avete fatto né più né meno di quello che avete annunciato, dichiarerei che la vostra mappa è un “contenuto”. Di recente pare che il mondo della cultura sia fatto di elementi atomici (i contenuti, appunto) indicizzabili, taggabili, linkabili, ottimizzabili per la ricerca, aggregabili in timeline per i social network…
    Stiamo parlando di una rivista e di una mappa del dibattito in rete. Credo che, da quella rivista e dai siti che menzionate nella mappa, un lettore dpvrebbe aspettarsi progettualità, coerenza, discorso. Credo che i contenuti debbano venire dopo e avere forma e sostanza dettate dalle scelte redazionali e dalla storia editoriale.
    Dici: “né noi né la nostra epoca siamo all’altezza”. Su te e Valerio non esprimo giudizi. Non vi conosco e non conosco abbastanza il vostro lavoro. L’estensione degli eventuali vostri limiti alla vostra epoca mi pare francamente inaccettabile. Anche perché quell’epoca la vivo e mi pare molto più interessante degli anni di Fini.
    Se non altro perché sono qui ora.

  4. Guarda: io continuo a trovare ciò che ho scritto abbastanza insoddisfacente (parlo per me, per la misura in cui ho contribuito) e tuttavia non riesco a immaginare come avrei potuto fare qualcosa di soddisfacente: per me si tratta di una sfida persa in partenza, che abbiamo comunque accettato di correre. Si trattava di una mappa impossibile, che pure era interessante tentare di fare, anche per i lettori credo, e l’abbiamo risolta semplicemente descrivendo un pezzetto di mondo. Sapendo che non potevamo farci stare dentro tutto, rinunciando anche a citare molte cose che apprezziamo perché ci sembravano troppo marginali, ma comunque senza rinunciare a sviluppare un certo discorso sulla promiscuità di quel mondo e sulla natura spesso triviale dei dibattiti che vi si svolgono (questo, appunto, “segno dei tempi” rispetto ai tempi della guerra civile fredda raccontata da Fini). Sicuramente “progettualità, coerenza, discorso” mancano deliberatamente nel nostro scritto, avendo i due co-autori punti di vista diversi e avendo scritto proprio tentando di bilanciarsi vicendevolmente in un tentativo, probabilmente ingenuo, di correttezza (non dico neutralità). Trasformare questo articolo nel simbolo della decadenza di Linus mi pare davvero eccessivo: non foss’altro perché il Linus degli ultimi vent’anni lo conosciamo tutti e di roba non eccellente mi pare di averne vista un sacco. Pagare per tutti m’infastidisce anche perché mi pare che tu abbia dei conti da regolare – perlomeno con lo scorrere inesorabile del tempo – nei quali questo articolo è finito un po’ per caso. Per il futuro vedremo ma quello che ha rappresentato il vecchio Linus per il fumetto e per la cultura italiana mi pare impossibile da replicare. A questo punto che dobbiamo fare? Rinunciare a scrivere perché tanto non saremmo mai all’altezza di OdB, Fini o Eco? Il Linus di oggi non è il Linus di ieri, un po’ come (per fare due esempi fumettistici) non sono gli stessi Charlie Hebdo e Futuropolis. Restano le parole, cambiano le cose. Per fortuna la mia era una collaborazione occasionale, inoltre dopo l’articolo mi hanno tolto tutti il saluto, così potrò ricominciare a farmi i cazzi miei ai margini delle mappe della cultura in rete.

  5. Raffaele, mi rispondi una cosa che a me suona come “haters gonna hate”. Va bene.
    Sottolineo un paio di cose.
    1. Quando parlo di progettualità coerenza discorso mi riferisco al giornale e non al vostro articolo. Se lo aveste pubblicato in qualsiasi altro posto, anche molto più visibile, non mi avrebbe scatenato niente.
    2. Uso il vostro articolo e il fumetto di Tuono Pettinato (cui – per inciso – voglio un sacco di bene: credo di aver fatto più presentazioni di libri di Tuono di chiunque altro in Italia) perché giocano con la storia di Linus. L’articolo di Fini, come sai, è indicato da del Buono stesso come punto di svolta della sua direzione del giornale. Reiser è uno degli autori più grandi che Linus abbia mai pubblicato (un vero fumettista ragguardevole).

    Ah! Non ho conti aperti con Linus. Anzi no, ho detto una bugia…
    Sono un lettore. Ho conti aperti con tutte le pubblicazioni che scelgo di leggere. Quelle di carta, di solito, le pago anche.
    Sulla storia di Linus sono anche abbastanza informato.

  6. Stamattina sono andato da SuperGulp a comprarmi il tuo libro, dalle prime pagine promette bene ma sopratutto adesso capisco a cosa ti riferisci parlando di “progetto”. Condivido abbastanza la tua preoccupazione, ma resto convinto che sia un po’ assurdo cercare nel Linus di oggi qualcosa di ciò che fu quell’avventura, incardinata in una rivoluzione culturale ormai passata. Detto questo, l’assenza di “progetto”, se ci fai caso, è esattamente quello cui facciamo riferimento nell’articolo quando parliamo di una web culturale nel quale circolano (ti cito di nuovo, ma cito anche l’articolo) dei “contenuti” intercambiabili. Davvero non ti sei accorto che sotto la superficie fatta da “buffetti” e “quisquilie” stavamo semplicemente operando un’autopsia?

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