Convergenze separate

Da “Link, Idee per la televisione”, n.10 (“Decode or die, l’infografica applicata alla televisione”), marzo 2011.

WorseCablingEver

Le parole per dirlo

Il dizionario di chi si occupa di tecnologie e di media vive di ossessioni. Ci sono parole che appaiono, quasi casualmente, e vengono ripetute, con frequenza sempre maggiore, fino a diventare una specie di mantra in cui una comunità, sempre più vasta, si acciambella in cerca di conforto. Può succedere che, poi, queste parole scompaiano. A volte, lo fanno con la stessa velocità con cui si erano mostrate. Altre lasciando un’eco che riverbera nell’industria dell’informazione generalista e un po’ ritardataria. A quel punto, però, non sono più parole che vogliono divenire ambiente ed essere vissute: si tratta di vocalizzi innecessari presso i quali fare capatine fredde e veloci come prelievi al bancomat.

Alcune parole, dopo essere apparse e scomparse, tornano a emergere, come i corsi d’acqua carsici. E, quando riappaiono, hanno subito uno slittamento nell’uso, lieve o brusco, che le veste di senso nuovo.

Prendiamo, per esempio, la locuzione digital divide che da anni conosce, a fasi alterne, momenti di grande popolarità. Come è noto, essa si riferisce alla separazione, spesso insormontabile, tra chi accede alle tecnologie digitali e chi ne è tenuto forzatamente alla larga. Dopo che era stata usata un po’ di volte, a metà degli anni Novanta del secolo scorso, per indicare la differente distribuzione di PC tra i gruppi etnici negli Stati Uniti, è divenuta improvvisamente popolare quando, nel 1996 durante i loro discorsi, il presidente Bill Clinton e il vicepresidente Al Gore parlarono entrambi di digital divide per indicare la disparità di accesso alla tecnologia degli americani. Oggi, quelle parole continuano a riferirsi alla presenza di PC connessi a infrastrutture, ma ci raccontano anche della difficoltà di usare le tecnologie digitali prodotta da analfabetismo, preconcetti e paure; possono avere connotazione squisitamente locale o valore globale, rimarcando così la distinzione tra le ricchezze dei paesi; indicano le tecnologie di accesso di base ma anche quelle avanzate come banda larga e wi-fi. Un lemma elastico capace di significare tanto un divario sanabile con oculati interventi sociali quanto un baratro profondo e scosceso che non abbiamo alcuna possibilità di aggirare.

Henry Jenkins (and minime)

Convergenze in casa mia

Una parola, particolarmente cara ai lettori di “Link”, che ha recentemente arricchito il dizionario di chi si occupa di tecnologia e media è convergenza. Henry Jenkins, che ne è il massimo alfiere e teorico, nel suo Cultura convergente, ne dà questa definizione:

“Parola che descrive il cambiamento tecnologico, industriale, culturale e sociale nei modi in cui i media circolano nella nostra cultura. Tramite questo termine vengono generalmente indicati: il flusso di contenuto attraverso più piattaforme mediatiche, le cooperazioni tra diverse imprese della comunicazione, la ricerca di nuove strutture di finanziamento dei media che si innestano negli interstizi tra vecchie e nuove piattaforme, e il comportamento migratorio dei pubblici che andrebbero quasi ovunque pur di trovare il tipo di esperienze di intrattenimento che cercano. Più in generale, la convergenza mediatica si riferisce a una situazione in cui più sistemi della comunicazione coesistono abilitando un flusso dei contenuti fluido. Convergenza è un processo in corso come una serie di intersezioni tra diversi sistemi mediatici, non come relazione stabile”.

Con questa definizione, che è anche una dichiarazione di intenti, Jenkins evidenzia come sia impossibile dare alla parola convergenza un senso nitido e ben delineato. Essa non indica uno stato ma un complesso processo di trasformazione e, quindi, si trova avvolta in una nube di piacevole imprecisione: tutto scorre.
E’ interessante osservare come, nei discorsi della comunità che parla di tecnologia e narrazioni, questa definizione piuttosto vaga – che si adagia con tocco lieve su linguaggi, contenuti, industrie, mezzi e piattaforme – sembri, oggi, accettata da tutti.

Eppure si tratta di un concetto difficile da spiegare. E’ molto più facile e naturale viverci dentro con una tastiera (o uno schermo multi-touch) sotto le dita.
Le convergenze si riferiscono ai contenuti che, attraversando linguaggi supporti e piattaforme, cambiano forma e coinvolgono le comunità di utenti in circoli virtuosi di produzione e consumo. Esse toccano i processi di produzione, fruizione e condivisione dei contenuti digitali, vestendoli di modelli d’uso partecipativi che sembrano fare esplicito riferimento al vecchio concetto di prosumer (l’utente bricoleur che è, al tempo stesso, produttore e consumatore dei manufatti che usa) indagato, nell’ormai lontano 1980, dal futurologo Alvin Toffler in The Third Wave.
Le convergenze si riferiscono anche alla forma che la tecnologia sta assumendo nella casa di ciascuno di noi. Il tinello degli italiani ospita, intorno al televisore, una foresta di elettronica e cibernetica: varie scatole, diversamente connesse, ognuna delle quali specializzata in una specifica funzione. La configurazione tipica prevede la presenza di un vecchio videoregistratore VHS in dismissione, un lettore di DVD, una o più macchina per videogiochi, uno o più decoder di piattaforme televisive, e in alcuni casi un hard disk esterno o un media server. Attorno alla selva di scatole nere e cavetteria c’è una distesa di telecomandi e di dischi di plastica. Non è un mistero il fatto che il ciclo di vita di ognuna di queste scatole divenga sempre più breve.
Anche le scrivanie degli uffici, per un po’, sono state caratterizzate da una spianata di componenti distinte e da un intrico di cavi. Il momento di peggior disagio entropico è stato quando, da qualche parte a metà degli anni Novanta, sulla superficie bianca e impiallacciata c’erano vari oggetti che oggi sono già fulgidi esempi di archeologia informatica: dock-in station in cui innestare un pc portatile e a cui afferivano monitor, mouse, tastiera e masterizzatore per CD, telefono fisso con tantissimi tasti funzione e, qualche volta, fax e stampante. Tra tutti questi oggetti giacevano dischi di plastica (CD e floppy disk) e una sconsolante distesa di carta: quasi che l’informazione a schermo fosse meno vera di quella stampata. Oggi la scrivania serve sempre meno e i knowledge worker fanno molto più di quanto potessero fare solo dieci o quindici anni fa usando solo un laptop e un cellulare, che vengono sostituiti e aggiornati spessissimo.

Monopoly Man

Sedendo e mirando: senza passare dal via

Il concetto di digital divide prevede anche un posizionamento individuale. Chi guarda a quell’idea con interesse e pensando alle tattiche e alle strategie per ridurre il divario, sa di essere, al di qua del baratro, in una posizione privilegiata in cui l’accesso alle tecnologie è garantito da disponibilità di infrastrutture, possesso di device sempre più avanzati e competenze maturate in assenza di pregiudizi. Potremmo addirittura arrischiarci di maturare l’illusione che tutti coloro i quali hanno consapevolezza del digital divide godano di una condizione che consente loro di gettare sconfinati sguardi di là dal fossato e di accettare con naturalezza la nozione di convergenza. Quest’ultima è un’idea complessa e indefinita che può essere, però, brandita come un assioma, non avendo alcun bisogno di essere dimostrata o confutata: chi accede consapevolmente alle tecnologie digitali sa che le narrazioni attraversano modelli di produzione diversi per giungere a una comunità che le usa, le scambia, le estende, le modifica in forme partecipative, fruendole su dispositivi che rendono possibili contaminazioni proprio o improprie, interpretazioni, usi e anche abusi.

Può essere allora interessante capire se esista un punto in cui collocare la linea di separazione tra chi accetta le convergenze e chi no, una sorta di convergent divide, e se esso coincida col punto in cui collocheremmo il digital divide.

Non avendo ambizione di completezza, per determinare la plausibilità di questa linea di separazione, mi riferirò ad alcune esperienze personali (e localissime) che riguardano italiani colti, di età diversa, che operano all’interno dell’industria della cultura e dell’intrattenimento. Consapevole della parzialità del mio sguardo, citerò tre casi specifici e arbitrari che intuitivamente dovrebbero avvicinarsi sempre più al concetto di convergenza senza inibizioni morali e intellettuali: gli impiegati in editoria, gli educatori e gli autori sensibili alle tecnologie.

Gli impiegati editoriali: Spesso, quando parlo con amici e conoscenti che lavorano in case editrici, mi resta addosso, appiccicosa come catrame, una sensazione sgradevole. Succede principalmente quando discuto con persone che hanno iniziato a scrivere, a editare e a curare libri e riviste negli anni Sessanta e Settanta, ma la sensazione non si attenua molto neanche quando il mio interlocutore è più giovane. Parlando di un passato, che a volte, per ragioni anagrafiche, non è stato vissuto, questi individui, che quasi sempre stimo molto, ricordano un tempo in cui una rete internazionale di intellettuali si raccontava il mondo informandosi e formandosi a vicenda; dicono anche che quel tempo è finito e che oggi quella rete di pensatori non ha più modo di esistere perché è stata estromessa dalle gerarchie del potere della produzione culturale: fuori dalle redazioni e dagli uffici degli editori. Questa idea, affascinante e pervasiva, si infila spessissimo nei discorsi di chi fa il lavoro culturale: sembra siano tantissimi quelli che ricordano un periodo in cui l’industria della carta stampata era principalmente cultura e non business e che hanno sofferto perché, a un certo punto tra gli anni Ottanta e Novanta, gli intellettuali sono stati sostituiti da osceni manager che misurano tutto con indicatori di marginalità e profittabilità e non sono capaci di sentire la cultura e la bellezza. Non appena si fa notare a queste persone che oggi è molto più facile mettersi in contatto con chiunque e che, nella maggior parte dei casi, il nostro primo incontro è avvenuto grazie a un messaggio di posta elettronica, o a skype, oppure a facebook, il discorso scema rapidamente.

Gli educatori: In giugno 2010 ho partecipato a una tavola rotonda organizzata dalla biblioteca dei ragazzi di Rozzano: “Digital Readers – Libri, lettori e ragazzi ai tempi del web 2.0”. Scopo dell’evento, indirizzato a educatori e insegnanti, era l’identificazione di strategie per agevolare la lettura dei nativi digitali. Quasi come un ronzio, un buzz, i relatori che si alternavano raccontavano un mondo di giovani lettori che, inondati da una mole immensa di informazioni digitali difficili da dominare, non hanno più gli stimoli e, forse, la capacità cognitiva per affrontare la lettura di romanzi. Ero stato chiamato a parlare in qualità di esperto di fumetto, ma quando è stato il mio turno di intervenire, mi è parso più importante dare un’occhiata ai numeri presenti su un sito di contatori real time: http://www.italiaora.org. Si tratta di indicatori facili da leggere che, incrementati in tempo reale, raccontano cosa succede in Italia ogni giorno: gli sms inviati, i contratti di telefonia mobile attivati, i video caricati su youtube, i tweet scritti, i profili facebook, … Con quei numeri stupefacenti sotto gli occhi, mi è stato facile affermare che nessuna delle generazioni precedenti ha letto e scritto tanto quanto quella di cui stavamo parlando. Ho, a quel punto, aggiunto che, se davvero si voleva fare promozione della lettura, era necessario saper fare alcune cose che i nativi digitali fanno con naturalezza: iscriversi a un hashtag di twitter, usare un RSS feed reader, comporre un’espressione booleana complessa per effettuare una ricerca con google, giocare con la wii, installare un app sul cellulare, maneggiare un iPad… Perché senza quelle competenze era un po’ come se stessimo scrivendo una lettera a mano a ciascun lettore nel mondo che ha subito la rivoluzione Gutenberg dicendo che il libro stampato condurrà all’imbarbarimento. Ho avuto la sensazione che la mia credibilità abbia, a quel punto, subito un tracollo. Da lì in avanti, Giampiero Remondini, giornalista di “Repubblica” e direttore del sito http://www.bimbi.it, ha iniziato a riferirsi a quello che avevo detto chiamandomi “il fumettaro”, quasi che le mie letture (cartacee e non digitali, per una volta) squalificassero le mie opinioni.

Gli autori sensibili alle tecnologie: Lo scorso ottobre, una tavola rotonda, organizzata durante Lucca Comics & Games, metteva a confronto fumettisti, programmatori ed esperti di tecnologie sulle possibilità offerte al fumetto dall’iPad. Al giornalista Lucio Bragagnolo che diceva che per fare fumetti che potessero girare anche sull’ipad il fumettista doveva acquisire competenze tecniche nuove, Roberto Recchioni e LRNZ, due autori, hanno controbattuto che il mestiere del fumettista non cambia ed è l’editore che deve tremare perché sarà disintermediato. Le affermazioni di questi due autori sono ancora più strane se si pensa alle loro storie personali: Recchioni è un blogger molto seguito che si dimostra attentissimo alle tecnologie e alla crossmedialità; LRNZ è un disegnatore che usa esclusivamente tavolette grafiche e alterna la produzione di fumetti e illustrazioni alla progettazione di videogiochi e di siti internet. I due insistevano con ingenuità disarmante, affermando che la letteratura non era mica cambiata per la nascita della stampa a caratteri mobili.

Thomas Kuhn

Creazione e rivoluzione

Ho scelto arbitrariamente tre eventi che facessero al caso mio. Ma, siccome riguardano persone intelligenti e consapevoli, mi sembra che essi indichino una tendenza generale che attraversa la società in modo trasversale rispetto al digital divide. Mi pare evidente che la trasformazione dei processi di produzione, distribuzione, modifica e fruizione dei contenuti che Jennkins ci ha insegnato a chiamare convergenza non sia accettata da tutti, neanche tra chi – per vocazione, storia personale e professionale e volontà – deve necessariamente credere che i dispositivi che usiamo ci stanno trasformando e, con noi, stanno modificando radicalmente il modo in cui interagiamo con le storie. Si tratta di una trasformazione talmente irruenta e radicale da poterla considerare una vera e propria rivoluzione.

Thomas Kuhn ci spiega come le rivoluzioni scientifiche modifichino il paradigma attraverso cui guardiamo il mondo e, di conseguenza, come queste modifiche debbano poi essere metabolizzate attraverso una lenta rilettura del mondo.
Scrive:

“Non si può passare dal vecchio al nuovo soltanto per aggiunta a ciò che già si conosceva. Nemmeno si può descrivere il nuovo utilizzando il lessico del vecchio o viceversa.”

E ancora:

“La caratteristica principale delle rivoluzioni scientifiche è che modificano la conoscenza della natura che è intrinseca al linguaggio stesso, e che perciò è preliminare a qualunque cosa si voglia definire come descrizione o generalizzazione, di tipo scientifico o comune.”

Ecco. Proprio in Kuhn, teorico delle rivoluzioni scientifiche che ha segnato l’epistemologia, troviamo una chiave di lettura fondamentale per capire cosa sta succedendo a chi produce e consuma narrazioni nell’epoca della convergenza. Siamo di fronte a una modificazione radicale del paradigma d’uso delle storie in cui viviamo e, ancora, non abbiamo maturato le parole per dirlo.

Advertisements

Un pensiero su “Convergenze separate

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...