A marcia indietro in avanti

Uscito originariamente su “Scuola di Fumetto” n.93, luglio/agosto 2014. È la quarta uscita della rubrica “Le vere storie del fumetto”.

JF

Quando mette mano alla sua autobiografia, uscita nel 2010, Jules Feiffer è un anziano signore deciso a fare ordine tra i suoi primi ottant’anni di vita e di carriera. Sulle pagine di quel libro delizioso, anche dal punto di vista editoriale e cartotecnico, il fumettista statunitense, incapace di scendere a compromessi, racconta come abbia dovuto cercare, per tutta la vita, di ritagliarsi spazi in forme codificate. L’attitudine al racconto lo ha portato a fare l’assistente bambino nello studio in cui Will Eisner produceva, a ritmi industriali, il suo Spirit; lo ha costretto a inventarsi una forma per la striscia creata per “The Village Voice”, settimanale per gli intellettuali di sinistra newyorchesi; lo ha spinto a trovare uno sfogo editoriale per i suoi racconti a fumetti, riuscendo a farli pubblicare in forma di libro quando ancora nessuno parlava di graphic novel; lo ha trascinato fino alla scrittura per il teatro, per il cinema e di romanzi per adulti e per ragazzi.

Tra le pagine di quell’autobiografia, intitolata con grande pregnanza Backing Into Forward, a marcia indietro in avanti, c’è una spinta emotiva fortissima che costringe il lettore a inseguire uno degli autori più consapevoli e comici delle narrazioni nordamericane lungo una vita piena di esaltazioni e balbettii, di sicurezze e frustrazioni, di dolcezze e paure. Una vita umana, insomma.

In chiusura di quel libro, che – benché corredato di foto e disegni – è prevalentemente composto da parole, ci sono tre pagine a fumetti in cui Feiffer fornisce una chiave di lettura per il suo lavoro.

L’autore, disegnandosi nel suo inconfondibile stile rapidissimo, passeggia per la pagina e gesticola. Spiega quanto la sua voce a fumetti sia diversa dalla sua voce di scrittore e, per farlo, snocciola i ricordi – preziosi e privati – che non è riuscito a verbalizzare nelle pagine del libro.

Elenca amici, amanti e viaggi e indugia, in particolar modo, su una delusione lavorativa: racconta di quella volta in cui Walt Disney l’ha reputato inadatto a scrivere il libro ispirato al musical tratto da un suo libro. Deciso a ignorare qualsiasi forma di livore, Feiffer, nell’ultima pagina del libro, si trasforma in Fred Astaire e conclude dicendo:

“Fred Astaire faceva sembrare facili le cose difficili e questo suo modo di fare è stato per me un modello, per tutta la mia carriera. Ora, la cosa migliore dell’essere un fumettista è che puoi disegnarti come chiunque ti piaccia. Per cui, scusatemi mentre finisco il mio ballo.”

Feiffer si allontana danzando con una leggerezza che i suoi ottantuno anni dovrebbero impedirgli, e lo fa perché può essere chiunque: Fred Astaire, Richard Nixon, il capo di qualsiasi governo, una spia sovietica, un bambino costretto alla guerra da un errore della macchina burocratica, un archivista imbattibile negli sport, una ballerina che inneggia alla primavera… È l’uso della capacità di trasformarsi in chiunque, comune a qualsiasi disegnatore, a rendere Feiffer un narratore straordinario. Potrebbe scegliere di essere un potente e di mettere in evidenza i difetti e le manie di chi accede alle stanze del comando. Potrebbe mostrare tutta la propria riprovazione nei confronti di chi eccede, magari grazie a consultazioni elettorali democratiche, nell’uso personale di risorse che dovrebbero appartenere a tutti. Potrebbe essere un autore satirico e trasformarsi in un sovversivo di corte. Ma quella è un’attività facile e consolatoria che si traduce in solidarietà tra i deboli uniti nel disprezzo garbato verso i potenti.

Jules Feiffer approfitta dell’eccezionale potere conferitogli dal fumetto e, potendo diventare chiunque, diventa me. O te. Insomma, chiunque.

Quando nel 1979 esce Tantrum, un libro cartonato (pubblicato in italiano da Milano Libri, nel 1981) che contiene una lunga storia a fumetti in un momento in cui trovare uno spazio per esporlo in libreria costava molta fatica, Feiffer ha cinquant’anni. Ha attraversato, come è successo – o succederà – a chiunque, una dolorosa crisi di mezza età. Magari l’ha perfino negata, come succede a quasi chiunque.

Leo, il protagonista, è un uomo rispettabile: ha una famiglia che sembra rappresentare l’ideale americano, una moglie e due figli – un maschio e una femmina – che lo stimano; ha un posto di lavoro invidiabile che lo pone ai vertici della società produttiva; ha una famiglia d’origine, affettuosa ma un po’ troppo presente, da cui non è mai riuscito a staccarsi completamente. Di fronte all’ennesima, insopportabile, crisi depressiva che lo spinge a rimanere seduto sul davanzale, con le gambe a penzoloni nel vuoto, Leo trova il coraggio di fare ciò che deve essere fatto. È uno chiunque e fa quello che avremmo fatto tu o io: regredisce. Ma non si ferma all’adolescenza, in cerca di emozioni testosteroniche, regredisce di più.

“Non ho quarantadue anni! No! No! Ne ho quattro! Ne ho tre! Ne ho due!”

Perché Feiffer può essere chiunque. Perfino un essere umano. Vuole andare a marcia indietro in avanti.

Feiffer Tantrum

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