Ràssegnati (07042017)

Storie

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Il bilocale di Lorenzo era minuscolo. Lo aveva stipato all’inverosimile di tutto ciò che gli era necessario per vivere: fumetti, romanzi, musica, cibo, gatti… Quasi sempre, in quello spazio angusto eppure accogliente, c’erano ospiti; spesso c’ero io. Poteva succedere che Lorenzo si alzasse di scatto, montasse su uno sgabello, rimuovesse una scatola da un controsoffitto cui non avevi fatto caso fino a quel momento, e ne prelevasse una rivista bella e impossibile. Oppure poteva mettersi a cucinare un piatto di quelli buoni a base di cipollotto. Oppure mettere un disco straziante, costruito attorno a una cantilena ipnotica, capace di convincerti che il sangue di Gesù non ti aveva mai deluso, ancora.

Il bilocale di Lorenzo era nello stesso palazzo in cui è ambientato L’uomo alla finestra, fumetto di Lilia Ambrosi e Lorenzo Mattotti, pubblicato in formato libro da Feltrinelli venticinque anni fa e mai più ristampato. Quel palazzo, poco distante dal ponte della Ghisolfa, aveva ospitato nel tempo un sacco di persone interessanti (un bel po’ di fumettisti milanesi, tra cui anche il tipo che, con i suoi articoli sul “Mucchio Selvaggio”, mi ha fatto scoprire molti degli scrittori che ho amato negli anni 80 e 90).

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Una volta, nel bilocale di Lorenzo, è arrivato un vicino di casa a chiedere una tazza di zucchero, o due uova, o un’occhiata alla pianta nel mezzanino. Lorenzo lo ha accolto sorridente e me lo ha presentato. Alto, sottile, con una stretta di mano forte e cordiale e un marcato accento britannico. “Lui è John”, mi ha detto Lorenzo, “e fa un lavoro bellissimo: è uno storico”. Ho accolto la stretta di mano e ho mostrato il mio sorriso impacciato: avevo capito che era John Foot, autore di un libro bellissimo sul miracolo economico a Milano che avevo già letto e molto amato. Non ho detto niente e mi sono goduto il momento inatteso, aspettando che Lorenzo desse a John la tazza di zucchero.

Coincidenze gioiose. Serendipity, avrebbe detto Horace Walpole.

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Ieri in libreria ho scoperto che l’ultimo libro di Foot, La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, è da poco uscito in edizione economica per Feltrinelli. Stamattina, sul treno, ho iniziato a leggerlo ed è proprio quello che mi aspettavo: un saggio preciso, documentato, scritto e raccontato in modo che io non possa più posarlo.

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Nel libro di Foot c’è un inserto che raccoglie un po’ di foto in bianco e nero; la prima di queste immagini sgranate mostra Franco Basaglia accanto alla moglie, Franca Ongaro. Franca, oltre ad aver materialmente scritto gran parte dei libri firmati dal marito, era la sorella minore di Alberto Ongaro, un veneziano con una vita interessante: ha inventato “Asso di Picche” con Hugo Pratt e Mario Faustinelli, è emigrato a Buenos Aires per seguire il sogno salgariano di Cesare Civita, ha scritto fumetti e romanzi, incrociando più volte la strada dell’autore di Corto Maltese; insomma, per dirla con parole semplici, ha vissuto. Pratt, gli Ongaro e Basaglia erano amici e, come succede agli amici, a volte facevano cose insieme. Per esempio, Franca Ongaro, mentre collaborava con “Il Corriere dei Piccoli” tra il 1959 e il 1961, ha pubblicato sul settimanale una riduzione dell’Odissea illustrata da Hugo Pratt. Un gioiello che si trova nel 36° volume della collana “Tutto Pratt” uscita nel 2014 con “Il Corriere della Sera”.

Coincidenze gioiose. Serendipity, avrebbe detto Horace Walpole.

Figure

Tutto quello che so di Rodolfo Walsh è riassumibile in una paginetta: questa. Giornalista e scrittore argentino, ha pubblicato un libro che ha, per molti versi, anticipato il new journalism (il suo Operazione massacro è uscito un paio di anni prima di A sangue freddo di Truman Capote). Al mestiere di giornalista, Walsh ha affiancato la scrittura di romanzi e racconti polizieschi (in Italia stanno facendo capolino nel catalogo di Sur). Uno dei suoi racconti è stato illustrato da Inés Calveiro e trasformato in un picture book uscito per Gallucci, Tre portoghesi sotto un ombrello (senza contare il morto).

TrePortoghesi

Un giallo per bambini con indizi visivi, un poliziesco che il lettore deve guardare con attenzione per attivare i processi abduttivi che gli consentiranno di identificare il colpevole. Mi è bastata la descrizione fattane da un recensore per esserne incantato. Poi l’ho letto e il libro si è rivelato una cocente fregatura. Innanzi tutto è un giallo di quelli che nel mondo anglosassone vengono comunemente detti whodunit e, in quanto tale, funziona come le barzellette: se ne gode una volta sola. Questa sua identità di genere va in conflitto con la natura del picture book che richiede riletture e passaggi e passaggi e passaggi. In secondo luogo, ha una struttura così esile e scoperta da non reggere il confronto con la maggior parte dei gialli che “La settimana enigmistica” offre ai suoi lettori in forma di fumetti da una pagina sola con enigma a fondo pagina e soluzione ribaltata. Infine è pubblicata da un editore che non rispetta i prodotti e i lettori: il racconto finisce su una pagina dispari e, girata quella, compare la distesa di immaginette degli altri libri in commercio. Pubblicità che si infila, come terriccio sotto le unghie, nell’aria che quel racconto aveva il diritto di respirare.

Cos’altro

“TTL” della “Stampa”, “La lettura” del “Corriere della Sera”, “Robinson” della “Repubblica”, “La Domenica” del “Sole 24 Ore”, “Il Foglio” del sabato. Cos’altro?

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