Tutte storie

Qualche giorno fa ti dicevo di quando le strade di Franca Ongaro Basaglia e di Hugo Pratt si sono incrociate. Ne approfitto per riproporre la prefazione a “Simbad e altre storie”, trentaseiesimo volume della collana “Tutto Pratt”, distribuita come collaterale del “Corriere della Sera” e della “Gazzetta dello Sport” il 12 dicembre 2014.

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Allo stesso modo degli uomini, nessun testo è un’isola. Ogni narrazione, in qualsiasi forma sia espressa, intesse una fittissima rete di relazioni con quelle che l’hanno preceduta. E in questa tessitura di predecessori, più o meno illustri, entrano tutti i racconti letti dall’autore e, addirittura, dal lettore.

Questo gioco di rimandi ha un nome prezioso, coniato alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso da Julia Kristeva: intertestualità. Questa parola si riferisce alle interazioni tra un testo e tutti gli altri da cui non può separarsi. Per dirla con Kristeva, l’intertestualità è “l’interazione testuale che permette di considerare le diverse sequenze di una precisa struttura testuale come tante trasformazioni di sequenze prese da altri testi”.

Quando la rete di rimandi si trasforma in un mosaico di allusioni, citazioni e rielaborazioni, essa assume una forma il cui nodo centrale è il conflitto tra l’unicità del testo narrativo e il debito che quello stesso testo ha nei confronti del sistema letterario. Tutte le opere citate, più o meno consciamente, rischiano di minare l’originalità dell’opera. Essa diviene una riscrittura che, raccoglie tasselli dell’immaginario e li dispone in una forma nuova. Personaggi, ambienti e trame vengono metabolizzati da racconti che rielaborano i materiali, rinarrandoli, ricontestualizzandoli oppure estendendoli nel tempo, indifferenti alla parola “Fine” posta in fondo al testo originario.

Nella prima metà degli anni Sessanta, il “Corriere dei Piccoli” ospita numerosi adattamenti letterari affidati a scrittori e giornalisti. Questi racconti sono smontati in blocchi uniformi di testo, disposti in gabbie che richiamano le antiche pagine con rima baciata, e affidati ai disegnatori del settimanale.

Questo volume raccoglie quattro degli adattamenti di quel periodo, firmati da Mino Milani, Vezio Melegari e Franca Ongaro Basaglia.

Milani è un collaboratore storico del “Corriere dei Piccoli”. Inizia a lavorare per il settimanale destinato a un pubblico di bambini nel 1953 e, nel tempo, intensifica i suoi contributi al giornale. Durante i venticinque anni di collaborazione con il “Corrierino”, Milani diventa responsabile letterario della testata e produce così tanti racconti e fumetti da dover ricorrere ad alcuni pseudonimi (tra questi Eugenio Ventura e Piero Selva).

Melegari è un pedagogo, giornalista, umorista e autore televisivo fin dai primi anni della Rai. Negli anni Cinquanta si distingue come operatore specializzato nella letteratura per l’infanzia, contribuendo alla “Guida di letture giovanili per le biblioteche scolastiche e popolari” (realizzata nel 1956 dal Ministero della Pubblica Istruzione), fondando il premio Bancarellino di Pontremoli nel 1957 e istituendo il primo convegno degli illustratori italiani.

Franca Ongaro Basaglia lavora al “Corrierino” tra il 1959 e il 1963. Scrive letteratura per l’infanzia e la riduzione dell’Odissea qui ospitata è il suo ultimo scritto prima dell’abbandono delle narrazioni per seguire la sua vocazione sociale e civile. Dopo il matrimonio con Franco Basaglia, avvenuto nel 1953, lavora a stretto contatto con il marito nell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Dal 1964 rinuncerà alla letteratura per l’infanzia per dedicarsi alla scrittura, curatela e traduzione dei testi che documentano il lavoro del marito e dei suoi collaboratori, che condurrà alla legge n. 180 del 1978 e, grazie a essa, alla chiusura dei manicomi, alla regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio, e all’istituzione dei servizi di igiene mentale pubblici.

Confrontandosi con i testi adattati, riscritti e ridotti da tre autori così diversi, Hugo Pratt sente forte il vincolo strutturale impostogli dal formato: vignette rettangolari, tutte uguali, poste sulla pagina sempre nelle medesime posizioni e contrapposte al peso dei blocchi di testo uniformi che giocano con i materiali originari. Un illustratore disciplinato giocherebbe alla ridondanza, accompagnando quelle parole con immagini decorative. Illustrazioni deliziose da metter sotto gli occhi di un lettore che ha bisogno di alleggerire il peso di un racconto verbale. Ma i tre scrittori si confrontano con il testo enfatizzando caratteristiche che Pratt sente proprie. L’avventura in Milani che apre il suo Simbad ammiccando a Moby Dick di Melville (“Il mio nome è Simbad”), la comicità in Melegari che ricostruisce un immaginario del far west ilare e ridanciano, la malinconia e le attese in Basaglia.

Confrontandosi con quelle parole Pratt avrebbe potuto decidere di assecondarle, mettendosi al loro servizio, o di duellare con esse, contrapponendo il proprio estro visuale. Sceglie una terza via. Costruisce su questi racconti intertestuali, che cercano la propria autonomia omaggiando, citando, riscrivendo e proseguendo le avventure di classici, uno strato di immagini che estenda la rete di relazioni con i testi.

Introduce in Simbad la tradizione figurative delle Mille e una notte miscelando influenze grafiche che sentono di Milton Caniff e Gustave Doré. Contamina i giganti burloni con un segno umoristico che altrove, nell’opera di Pratt, è solo accennato. Fa sentire forte, sulle avventure di Ulisse, l’ombra di Alberto Breccia.

E in questo modo, stratificando segni e senso, Hugo Pratt rende più complesso il mosaico narrativo di questi racconti e fa brillare di luce propria quello che poteva essere solo un gioco intertestuale.

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