Di fumettisti, gatti, rabbini e altre strane creature

Postfazione a Joann Sfar, “Il gatto del rabbino 2”, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, settembre 2009.

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Il gatto: “Aspetta… Un arabo che si chiama Sfar?”.
L’asino: “Sì. Sfar è arabo”.
Il gatto: “Non può essere. Sfar viene da ‘Sofer’, vuol dire ‘scrivere’ in ebraico. Sfar è ebreo”.
L’asino: “Somaro! Sfar deriva da ‘giallo’ in arabo. Evoca il fior di zolfo dei calderai. Sfar è arabo”.

Questo dialogo, avvenuto durante il primo incontro tra il gatto del rabbino Abraham Sfar e l’asino del cantante arabo Cheikh Mohammed Sfar, racconta moltissimo di un terzo Sfar: Joann. Stupisce quanto l’autore di fumetti francese paia essere imprigionato tra i due significati sottesi al suo cognome: calde vampate espressive fissate in immagini (lo zolfo quando sublima e ricristallizza assume forma di fiore), e un impulso irrefrenabile alla scrittura. Nomen omen: queste due metafore, inspiegabilmente, si traducono in racconti a fumetti sospesi, in equilibrio, tra istinto e mestiere.

Dopo aver letto questa seconda raccolta delle avventure del gatto del rabbino, rimane sul palato del lettore la sensazione di aver assistito alla performance di un virtuoso. Lo spettacolo di uno stand up comedian, un monologhista in piedi, armato di solo microfono, come lo sono stati Eddie Murphy, Bill Cosby e Richard Pryor, ma anche, mostrando un’attitudine molto più selvaggia e “sick”, Lenny Bruce e, meno noti in Italia, George Carlin e Bill Hicks.

La prima caratteristica che tracima dalle pagine dei lavori di Joann Sfar, colpendo il pubblico, comodamente seduto in poltrona, con frontalità estrema, è la naturale istintività con cui il racconto si snoda lunga una traccia narrativa che poco ha in comune con il normale incedere dei plot narrativi cui l’industria dell’intrattenimento ci ha abituato. Sfar è da solo, armato di carta e penna, e ha una missione da compiere: deve raccontare la sua storia con un incedere sicuro che sembra ignorare le prassi del fumetto industriale.

Un albo a fumetti è, solitamente, il risultato di un processo che attraversa diverse fasi che, prendendo le mosse da un racconto scritto, permette di conseguire il prodotto finale. Questa stabile sequenza – tipicamente soggetto, sceneggiatura, disegno a matita, lettering e nuvolette, ripasso a china e infine colori – è un’ancora di salvezza per gli editori, perché consente loro un controllo minuzioso tanto sulle fasi di lavorazione (garantendo così l’adeguatezza del risultato alla linea editoriale) quanto, soprattutto, sul rispetto dei tempi in accordo alla pianificazione delle uscite.

In Sfar questo processo, questa sequenza di azioni, in cui in principio c’è sempre il verbo, la parola, che poi viene adattata in immagini, sembra non esistere. Nell’autore non c’è nessuna attenzione ai meccanismi perfettamente oliati del racconto a “colpi di scena” e al “bel disegno”: la storia incede, a volte disinvolta e sicura altre incespicando e tornando sui propri passi, mantenendo un’enorme spontaneità. E in questo approccio non c’è nulla che possa essere ricondotto alla gloriosa cialtroneria di molti artigiani della tradizione del cinema, della letteratura e, anche, del fumetto di serie B, mossi unicamente dal fervore del “buona la prima” (un nome per tutti: il mitico Ed Wood di “Plan 9 from outer space”, ritratto in un bel film di Tim Burton). I fumetti di Sfar vivono le medesime esaltazioni e insicurezze della vita umana, pur senza nulla concedere alla bolsa mimesi del racconto “tratto da una storia vera”.

Dall’esordio, nel 1994, Joann Sfar, nato a Nizza nel 1971, ha dato continua prova della sua incontinenza narrativa, affastellando una grande quantità di lavori (fumetti, sceneggiature, illustrazioni, ma anche curatele e collaborazioni dal coinvolgimento più o meno marcato). Difficile censire il numero dei libri che riportano il suo nome in copertina – anche perché l’istantanea verrebbe sicuramente mossa – ma scorrendo rapidamente la sua bibliografia si contano più di centoventi volumi di cui è stato spesso autore unico.

Per animare questi racconti, Sfar attinge alla sua ossessione per la letteratura fantastica, la filosofia, la pittura e la religione. I suoi personaggi sono creature straordinarie e meravigliose: vampiri grandi e piccoli, paperi magici e draghi guerrieri, minuscoli moschettieri, pittori quasi esistiti, mummie che concupiscono la figlia dell’egittologo che le sta studiando, indagatori dell’incubo, golem e rabbini, cani filosofi e gatti parlanti… Tutto questo pantheon mostruoso si agita lungo pagine, disegnate interamente a mano libera con segno sghembo, discutendo di religione, di arte e di verità.

Tutti i personaggi di Sfar (o, quanto meno, tutti quelli che attraggono l’attenzione e l’affetto del lettore) hanno opinioni forti che discutono con una verve polemica che molto deve alla tradizione di analisi talmudica detta pilpul. Il pilpul (letteralmente “speziare”, ma in senso esteso “dibattere violentemente”) è – semplificando come può fare chi ha solo vaghissimi rudimenti di ebraismo – un metodo di studio degli scritti talmudici che, attraverso lo scontro dialettico e polemico,  tende a mettere continuamente in crisi l’analisi del testo al fine di non raggiungere mai un punto fermo. L’enorme potere della parola è quindi quello di consentire chiarimenti progressivi che, però, non permettono mai di arrivare al vero. Un inseguimento infinito, come quello di Achille e della tartaruga nel paradosso di Zenone o come quello del significato e del significante nella semiosi illimitata di Peirce. Si gode di quell’ambiguità semantica, cui Dio, nella tradizione biblica e talmudica della Torre di Babele, ha condannato gli uomini.

“Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio delle loro imprese: nessuno potrà impedire tutto ciò che avranno meditato di fare. Su, scendiamo e confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.”
(Genesi, 11, 6-8).

L’origine delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la superficie del pianeta può essere interpretata come una condanna divina per punire la superbia degli uomini. Una maledizione, che spezza l’armonia della comprensione universale, all’origine di tutte le diversità linguistiche e culturali. Lo scrittore di fantascienza statunitense James Morrow, nel racconto “La torre di Babele” (raccolto nel libro “Storie di Bibbia per Adulti”, uscito per Pratiche nel 1997), ipotizza una nuova maledizione divina. Per punire l’uomo per un nuovo eccesso di superbia, Dio gli infligge la lingua unica: tutti capiscono tutti; e non è più possibile nascondersi dietro diversità linguistiche e culturali, malintesi e fraintendimenti . Le conseguenze della comprensione totale sono devastanti.

Risulta assolutamente evidente in “Gerusalemme d’Africa”, quinta storia del ciclo del gatto del rabbino, quanto il felino sia vittima di questo paradosso. Ci sono in questo episodio pagine meravigliose in cui la sequenza di immagini ci racconta cordialità e scambi di convenevoli, ma leggendo le parole iscritte nelle nuvolette capiamo che tutti quelli che sembrano interlocutori stanno, in realtà, monologando. Non c’è alcuno dialogo tra il rabbino algerino e il pittore russo: non capiscono una sola parola di ciò che si stanno dicendo, neanche quando ammiccano o si danno grandi pacche sulle spalle. Solo il gatto capisce ogni singola parola espressa da tutti quelli che lo circondano: uomini e animali. Anche quando non riesce a comunicare. E la sua comprensione totale delle lingue del mondo lo pone nella condizione di narratore onnisciente che, però, non può modificare le azioni dei personaggi del racconto. Un osservatore critico e pressoché impotente.

HD

Il gatto è il signore della parola ma non riesce a essere Humpty Dumpty, l’uovo che in “Attraverso lo specchio” di Lewis Carroll domina l’interpretazione del senso (“Quando io uso una parola questa significa esattamene quello che decido io… né più né meno”). Le parole dette e comprese dal gatto sono incomplete e devono interagire – speziandole, criticandole, portandole alla deriva in assenza di approdi – con le immagini. Perché, benché importantissime, le parole nei fumetti di Sfar non costituiscono l’epicentro narrativo: per raccontare si devono mescolare con i disegni.

Il gatto del rabbino è una dimostrazione di quanto sia inadeguata l’illusione di molta pedagogia della lettura che, ancora oggi, vorrebbe, nei fumetti e nei racconto illustrati, le immagini al servizio delle parole. Una componente divertente la cui principale utilità fosse quella di agevolare l’accesso al significato racchiuso nello scrigno delle parole.

Joann Sfar, quando racconta, impugna la penna e inizia a scrivere e a disegnare, sul medesimo foglio, componendo pagine di fumetto. Cerca nel racconto una leggerezza che può essergli garantita solo riducendo al minimo i passaggi, le traduzioni e gli adattamenti dalla storia, che vuole raccontare, al fumetto. E questo lo costringe a disegnare e scrivere le sue storie senza filtri, usando solo carta, penna e, qualche volta, colori.

E’ forse una leggenda, costruita ad arte dall’autore per alimentare il proprio mito, ma pare che, a Parigi, si possa incontrare Sfar, seduto al tavolo di un bar, intento a disegnare su un grosso quaderno il suo prossimo libro, mentre guarda i passanti. In queste condizioni di lavoro, tutti gli strumenti da disegno tecnico (riga, squadre, compasso, …) diventano un bagaglio eccessivo: la pagina deve essere lavorata interamente a mano libera.

Si tratta di un approccio al racconto che si scontra frontalmente con la “linea chiara”, uno degli stili più elogiati del fumetto di lingua francese. La linea chiara prevede l’uso di tratti regolari e uniformi, l’assenza di tratteggi e la riduzione al minime delle ombreggiature; le nuvolette e i bordi delle vignette vengono tracciati con segno spesso e preciso; le parole all’interno dei balloon sono scritte con controllatissimi caratteri stampatello maiuscolo e minuscolo; i colori sono saturi e uniformi, privi di sfumature. Spesso, queste pagine, disegnate da autori alla ricerca di perfezione formale, raccontano storie avventurose che lasciano poco spazio alle sfumature etiche.

E’ evidente quanto Sfar poco ami la linea chiara. Quando cita i propri maestri, è solito menzionare, con candore e casualità, disegnatori e artisti dal segno irregolare e spesso sporchissimo, come Pablo Picasso, Edward Gorey, Charles Addams, Robert Crumb, Quentin Blake, Paul Klee, Marc Chagall, George Grosz, Hugo Pratt… Tutti individui lontanissimi dalla regolarità formale e narrativa di quello stile sempre sotto controllo.

In questo volume, nell’episodio “Gerusalemme d’Africa”, Sfar coglie l’occasione per dichiarare esplicitamente cosa pensa della linea chiara, confrontandosi con il suo fondatore: Hergé, l’autore di Tintin, personaggio importantissimo del fumetto franco-belga che sarà presto rilanciato in tutto il mondo grazie a un film, attualmente in lavorazione, del regista Steven Spielberg. “Gerusalemme d’Africa” tocca gli stessi territori in cui Tintin visse la sua seconda avventura, “Tintin in Congo” del 1931. Approfittando di questa coincidenza, Joann Sfar richiama esplicitamente quell’albo, citandone la copertina. Quello che potrebbe sembrare un omaggio è in realtà un avvertimento, sottolineato dalla dichiarazione di acquisizione di consapevolezza di Sfar riportata in exerga: “A lungo ho pensato fosse superfluo fare un libro contro il razzismo. Mi sembrava fosse un’evidenza e che non servisse sfondare porte aperte”. “Tintin in Congo” è il prodotto di una cultura colonialista che sa di dover sopportare quello che Rudyard Kipling chiamava “il fardello dell’uomo bianco”. Tintin presenta in quel libro una caratteristica che si attenuerà progressivamente nelle avventure successive: l’inarrestabile sicumera di chi sa che deve portare la cultura superiore della civiltà occidentale a indigeni percepiti come selvaggi. In “Gerusalemme d’Africa”, Sfar si concede una pagina intera – è la tavola 63, un inciso non troppo rilevante ai fini narrativi – per dichiarare esplicitamente cosa pensa di quel segno, di quel modo di raccontare e di quelle idee. Nell’ultima vignetta della pagina, il gatto e i suoi compagni di viaggio si allontanano spediti dal mortifero pedagogo del segno, del racconto e del pensiero, sbuffando.

Un narratore inarginabile, come Sfar, non può tollerare la ricerca di perfezione formale di chi, come Hergé, disegna e ridisegna, ossessivamente e per tutta la vita, le pagine dei propri fumetti. L’esigenza di racconto di Joann Sfar è un esorcismo, un tentativo di liberarsi di fantasmi dolorosi. Ed è illuminante osservare quanto spesso l’autore francese racconti il dramma della propria infanzia. Si tratta di un frammento autobiografico che appare spessissimo: nel primo volume del “gatto del rabbino”, nel “Piccolo vampiro”, nello sketch book intitolato “Harmonica”, … Un ricordo lancinante: la madre di Joann Sfar morì quando lui aveva tre anni e mezzo; al bambino che chiedeva dove fosse la mamma, gli adulti rispondevano sistematicamente che era in viaggio; la menzogna durò per due anni, fino al momento in cui il nonno lo prese in braccio e gli rivelò la verità. Un trauma insostenibile che Joann Sfar tenta di rimuovere attraverso esorcismi narrativi. Ed è esattamente questa terribile e inaccettabile bugia che Sfar smonta perché divenga innocua, riraccontandola sistematicamente e diluendola nel racconto spontaneo di un mondo di creature strane ma non per questo meno umane.

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