Spirito a Pezzi: Il volto del potere

Il paradosso della democrazia è che, per quanto esteso possa essere il suffragio, la rappresentanza sarà sempre una questione statistica. Lo aveva capito bene Isaac Asimov quando, nell’agosto del 1955, aveva pubblicato Franchise (in italiano Diritto di voto). In quel racconto, il buon dottore diceva di come il supercomputer Multivac fosse ormai in grado di identificare il campione statistico perfetto: un unico cittadino intervistato rappresentava la totalità dell’elettorato statunitense, determinando con precisione la scelta del candidato che la maggioranza avrebbe votato. Si trattava, in definitiva, delle elezioni perfette in grado di garantire un enorme risparmio di tempo e denaro dei contribuenti. Per quanto nel racconto di Asimov il Presidente non si vedesse mai, erano presenti tutti i meccanismi che portavano alla sua scelta.

“I primi calcolatori erano molto più piccoli di Multivac. Poi le macchine diventarono più grandi; potevano dire come erano andate le elezioni basandosi su un numero di voti sempre più piccolo. Poi, alla fine, costruirono Multivac, che può giudicare sulla base di un solo voto.”

Franchise di Isaac Asimov (ill. di David Shannon), copertina della raccolta del 1989

L’immaginario gioca con i fanti e con i santi e non si fa particolari problemi a rappresentare il potere. Non è raro che capi di stato compaiano in romanzi, fumetti, film, canzoni o videogiochi. Possono essere personaggi di finzione ma non troppo (come Il dittatore dello stato libero di Bananas, il dottor Destino, o il presidente degli Stati Uniti Harrison Ford sull’Air Force One) oppure possono essere i capi di governo del mondo reale che intervengono nella finzione.

Leggendo le storie e guardando le figure, si osserva che esistono solo due modi per rappresentare, nelle finzioni, il volto del potere: quello apologetico-patriottico e quello critico-parodico. Le due modalità, pur offrendo uno spettro di possibilità ampio almeno quanto il talento o la tecnica del narratore, risultano facilmente riconoscibili.

Mi permetto alcuni esempi che, per quanto arbitrari, mi sembrano chiarificatori.

Nel Grande dittatore di Charlie Chaplin del 1940, la Tomania di Adenoid Hynkel è una chiara parodia della Germania nazista.

In Todo Modo il film che Elio Petri trae nel 1976, piuttosto liberamente, dal romanzo di Leonardo Sciascia, un congresso segreto della DC è funestato da una serie di omicidi. Gian Maria Volonté è uno straordinario Aldo Moro (il presidente M.) e viene ucciso per assecondare una logica malata di rinnovamento del partito. Moro, quello vero, sarà rapito e assassinato dalle Brigate Rosse due anni dopo.

L’inglese Raymond Briggs, oltre a essere l’autore di picture book belli e importanti come Babbo Natale e Il Pupazzo di neve, ha una produzione di libri illustrati destinati agli adulti. Nel 1984 ha pubblicato The Tin-Pot Foreign General and the Old Iron Woman (inedito in Italia), una satira durissima verso il generale argentino Leopoldo Galtieri, il primo ministro del Regno Unito Margaret Thatcher e la loro gestione dell’affaire Falkland/Malvinas.

Nel 1986 Frank Miller riscrive Batman nel Ritorno del Cavaliere Oscuro. Il pipistrello rappresenta la notte così come Superman rappresenta la luce di quel sole che gli ha donato il potere. Batman è un vigilante che insegue un’idea personale di giustizia, ignorando la legge. Superman è invece un ragazzone americano che darebbe la vita per la propria bandiera. Non stupisce quindi che Ronald Reagan incarichi il più fidato tra i patrioti di porre fine alle scorribande di Batman.

Dalla loro nascita, nel 1989, la vita disegnata dei Simpson è stata amministrata da cinque diversi presidenti: George Bush, Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump. Nei cartoni animati di Matt Groening ne sono entrati solo tre: il più giovane dei due Bush e Trump non hanno mai fatto capolino nella serie. Ipotizzo che sia andata così perché un dialogo tra la famiglia gialla e questi individui sarebbe stato molto complicato.

The Tin-Pot Foreign General and the Old Iron Woman - Margaret Thatcher perde il buonumore

I narratori possono essere molto critici con i governi: l’uso di metafore – che è parte integrante del loro mestiere – consente loro di dire che il re è nudo o che il presidente è un personaggio disprezzabile, proclamando che “ogni riferimento a fatti realmente accaduti o persone realmente esistite è da ritenersi puramente casuale”.

Quando un autore usa un capo di governo riconoscibile e decide di essere critico, lo fa o con il proprio governante o con un individuo considerato deprecabile da tutti. Il marchio del disprezzo è destinato agli avversari culturali, ideologici, economici o sociali. Solo le pubblicazioni esplicitamente satiriche estendono il dominio della lotta e si permettono una lettura critica e spesso caustica dei comportamenti di governanti di paesi “amici” o, addirittura, “alleati”. In tutti gli altri casi, pare proprio che una distanza rispettosa sia quantomeno dovuta: una regola non scritta di etichetta narrativa.

La presenza di Donald Trump nello scacchiere politico mette in luce un paradosso. Criticato aspramente dall’interno, è diventato un simbolo del male per l’immaginario mainstream. A raccontare questo cambio di paradigma interviene il volume appena uscito di un manga che sta riscuotendo molto successo in diversi paesi.

自殺島(9)

Hiroya Oku, già autore di una serie di successo come Gantz, sta lavorando da tre anni a Inuyashiki, l’ultimo eroe. Questo manga, appena arrivato al nono volume, racconta della bontà naturale di un uomo invecchiato precocemente e imprigionato in un corpo fallibile e malato. Quel corpo sarà distrutto per errore da una coppia di extraterrestri pasticcioni che, per rimediare all’inghippo, lo rimpiazzano con un’indistruttibile macchina da guerra che ha però gli stessi ricordi e le stesse emozioni dell’umano sostituito.

Fino a qui tutto bene, direbbe Hubert. Una serie con un inizio intrigante che può permettersi di giocare con alcuni temi etici nodali. Non fosse che, a un certo punto, interviene una catastrofe annunciata immane, una di quelle alla Deep Impact per intenderci. Ad annunciare ai terrestri in mondovisione la prossima fine del mondo interviene il presidente degli Stati Uniti in persona. È lui: riconoscibile per il nome, per la pettinatura polendina da Geppetto, per il viso rubizzo da Mangiafuoco e, soprattutto, per l’arroganza dei discorsi.

Inuyashiki Il volto del potere

In quale momento il Presidente degli Stati Uniti d’America è diventato un malvagio assoluto delle storie?

Quando i narratori hanno smesso di preoccuparsi dell’opportunità di poter usare  il capo della “più grande democrazia del mondo”?

Qualora Donald Trump vedesse quelle pagine, considererebbe il fumetto di Oku critico o apologetico?

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