Conversando con José

(Intervista con José Muñoz a proposito del “Caso USA”, ottavo volume di Alack Sinner, Milano, 01/04/2006, inedita)

Iniziamo dall’inizio. Art Spiegelman dice che quando collaborate, nasce un autore nuovo (che per altro confuta le sue prevenzioni rispetto alle collaborazioni) con quattro braccia e due teste, un po’ come accadeva – con tutte le distinzioni di linguaggio e visione sociale del caso – ad altri due argentini, Borges e Bioy Casares, quando scrivevano i racconti di Bustos Domeq. Com’è nato il “Caso USA”?

Carlos vive a Barcellona e io a Parigi e Milano, più a Parigi che a Milano. Per tutta una serie di faccende mi muovo più io. In genere mi sposto io, ci sediamo a un tavolo e iniziamo a parlare delle nostre cose. Ha sempre funzionato così. Eravamo d’accordo di fare una storia partendo dalla metastasi sociale esistente nell’impero delirante e integralista al comando del mondo, dopo gli eventi del settembre del 2001. Con Alack Sinner come compagno di strada, volevamo inoltrarci nella metastasi generale del corpo di questo impero e questo è stato il primo nocciolo dal quale siamo partiti. Tentavamo di costruire una storia alla quale Alack Sinner passasse accanto per caso e abbiamo scelto Jill, che apparteneva a quella tribù di groupies di Frank Sinatra quando è apparsa. Jill ha continuato il suo cammino e Alack Sinner, quando la ritrova, piomba in un delirio ambiguo, angoscioso, fatto di mezze verità e mezze bugie, di spionaggio, vigilanza e controvigilanza. E’ il corpo dell’impero che si vigila, la metastasi che vigila se stessa.
Il punto di partenza della costruzione del “Caso USA” è stato la volontà di prendere gli Stati Uniti come caso di genere, il caso noir. Quando abbiamo trovato il titolo, come spesso ci succede, abbiamo trovato anche un brandello grosso della storia che volevamo raccontare. Dopo, la cosa si è messa in ordine. Questo lavoro è stato molto disturbato da una serie di eventi della realtà reale, però ci siamo rivisti una volta ogni due mesi con risistemazioni, cambiamenti, rivisitazioni, revisioni, virgolettate, andando e tornando ripetutamente sulle pagine, sui dialoghi, sulle apparizioni, fino a costruire questa ambiguità, questo delirio senza soluzioni certe ma con un’attenzione vivissima all’angoscia dell’umano che tenta di capire dove si trova.

Da lettore, ho la sensazione che voi due abbiate motivazioni e volontà diverse (e magari talvolta conflittuali). Come arrivate al punto di equilibrio?

Quando scriviamo, io dico una cosa e Carlos un’altra, poi passa Fiorella [la compagna di Muñoz] e dice qualcos’altro e quello che dice Fiorella entra nella conversazione e poi Carlos e io ci mettiamo a parlarne. “Guarda, l’opinione che viene da là è questa”. Questo approccio ha contribuito a rendere molto meno inintelligibile questa realtà dell’impero in metastasi e delle nostre vite che passano in mezzo.
Siamo stati molto attenti a rivisitare il nostro lavoro con le opinioni degli altri e con raccordi con quello che abbiamo letto e che abbiamo sentito, con tutto quello che succede nelle nostre vite. Tutto diventa parte del nostro lavoro. La nostra tecnica è l’amicizia e la conversazione. E’ sapere che l’altro può avere qualcosa da dire e, in genere, quando conversiamo le nostre idee si migliorano, si affinano fino al punto che questi barlumi di opinioni e di idee che si frizionano, si contattano, si contaminano lasciano cadere sul tavolo un risultato che è il meglio che potevamo fare in quel momento.
Allora ci tranquillizziamo un po’, perché vogliamo essere reali, vogliamo essere finti, vogliamo anche divertirci, vogliamo non dire cazzate, vogliamo tante cose che a volte sono contraddittorie.
Tutte queste cose contraddittorie ci danno risultati. Un lavoro goccia a goccia che, nonostante la mia stanchezza rispetto ai paesaggi statunitensi, ha prodotto, secondo me, un lavoro maturo con una grossa pulsione vitale.

In questo volume, dopo molto tempo, Alack Sinner si ferma e ritorna a New York. Negli ultimi libri ha viaggiato molto e qui scopriamo che ha conquistato una stabilità insperata: è più sereno, più atletico e più sano. E’ l’11 agosto e lui corre a Central Park. Perché siete tornati a New York e come è stato?

Se abitassimo negli Stati Uniti, io e Carlos, abiteremmo a New York, nella casa di Alack Sinner, come una specie di alito, perché siamo sentimentalmente legati a questo essere che abbiamo creato sulla carta e nella memoria dei tanti (non tantissimi) che ci hanno seguito negli anni. Con Alack Sinner analizziamo la storia attuale, quella che stiamo subendo, quella dell’impero anglosassone in versione nordamericana nel suo delirio di ultrapotenza causato dall’aver perso il nemico che la conteneva, ossia il gruppo di idee socialiste che dopo sono diventate comuniste, che dopo sono diventate il cosiddetto socialismo reale, che dopo è diventato la catastrofe immane del pensiero e della realtà, della giustizia e onestà che il socialismo richiama come punto di partenza delle attività umane collettive. L’impero si è trovato così sovradimensionato senza che niente lo contenesse e l’impero, che ha occupato gli ultimi cento anni della storia dell’umanità, è paranoico rispetto al futuro perché capisce che tutti gli imperi hanno una curva ascendente e una curva discendente. Questo impero militare sta tentando di governare il futuro cercando di possedere e controllare tutte le fonti di energia presenti, possibili e future per il desiderio di prolungare il suo ingiusto dominio e controllo sulle attività umane. Il gonfiore egocentrico di questo impero sta arrivando al punto della metastasi. Noi la pensiamo così.
Allora ci è venuto in mente di mettere Alack Sinner a investigare la parte della metastasi che sta più vicina al paese, alla città, al quartiere che lo ha partorito. Siamo tornati a New York. E ci siamo tornati anche per la preoccupazione personale di comprendere meglio, e in senso collettivo, i poteri che si frizionano volgarmente dall’inizio dell’umanità e che, forse, continueranno a farlo in mezzo alle bassezze e all’estrema primordialità dei rapporti di forza fra le persone, fra gli enti, fra i poteri, fra i paesi.
“Io vi spiegherò perché tollerate la vita”, ha detto una volta Lacan “La tollerate perché sapete che finirà”. Se in un momento determinato capissimo che la vita non finisce, come faremmo a tollerare la storia? La storia è intollerabile e allora noi tolleriamo la vita perché sappiamo che non è eterna.
Partiamo dalla bellezza della realtà del disegno delle cose e non necessariamente della sceneggiatura delle cose. La realtà del pianeta, dell’universo, è disegno scultorio e coloristico perfetto.
E in mezzo a questi cammini di pensiero della tarda età, noi abbiamo ritrovato la possibilità di costringere Alack Sinner a uno sguardo acuto sulle malattie del corpo nel quale lui abita, il corpo che lo ha partorito.
Questa è la genesi profonda del nostro desiderio di frequentare ancora gli Stati Uniti con Alack Sinner.
Perché Alack Sinner è tornato nel suo quartiere, nella sua città? Perché abbiamo capito che non ci convincono le storie di Alack Sinner fuori da New York, la sua città. Lui non è un cosmopolita, non è un viaggiatore, non è uno che puoi capire se lo togli dalla sua città. Questa è la mia convinzione.
In questo presente guerrafondaio, istericoide, minaccioso e fuori controllo, col “Caso USA”, mi sono rassegnato a disegnare un’altra volta New York. E la cosa non è più un piacere straordinario come lo è stato per tanti anni. Continuo a essere americano, però trovo il mistero e il piacere quasi sensuale dell’investigazione a punta di pennino e di pennello nella circostanza che ha partorito me: l’America del Sud. Ho perso il desiderio sensuale di raccontare l’America non vissuta, l’America del nord.
Mantenendo la dimensione della vera storia che raccontiamo, Alack Sinner è apparso nel Caso USA come uno che costeggia, come sempre metà in forma consapevole e metà per casualità, bubboni sociali e antropologici del potere in conflitto con se stesso: diverse fazioni dello spionaggio e della vigilanza. Vigilanti che si vigilano fra loro e, allo stesso tempo, c’è un altro corpo di vigilanti che vigila i vigilanti che si vigilano fra loro: tutta una serie di traffici di potere, di occultamento strategico di parti di notizia che associate una con l’altra potrebbero dare un quadro generale della situazione.
Come popolarmente avviene nelle faccende umane, ci sono frizioni per arrivare a essere piazzati più vicini al potere, dove si decidono le cose. E tutte queste lotte che coinvolgono i diversi servizi di spionaggio degli Stati Uniti sono venute a galla con forza maggiore in questi anni, dopo il 2001.
Nostri amici nordamericani ci hanno detto: “José, Carlos, voi siete troppo sofisticati. La cupola dirigente degli Stati Uniti è composta da eccitati invasati religiosi”. Davanti alla paura di dover consegnare il futuro a forze sconosciute che non saranno la prolungazione dell’impero nordamericano, questi invasato preferirebbero fare una grande festa e far saltare tutto. E siccome credono in un certo tipo di dio, si considerano ben piazzati per fare saltare il mondo e arrivare nell’aldilà per sedersi accanto al loro dio, il dio che si impone sugli altri dei. Siamo di fronte alla sensazione della disperazione ontologica dell’imperialista che vede che, alla lunga, la sua storia di dominio dovrà finire, perché la storia così insegna, e preferisce far saltare la festa.
Le preoccupazioni nulle del governo degli Stati Uniti per la promulgazione dell’accordo di Kyoto per la preservazione del pianeta sono dei dettagli per i non credenti, come noi. Noi che pensiamo che ancora figlieremo e che i nostri figli figlieranno e, di conseguenza, bisogna avere discrezione con le faccende del pianeta per non farlo a pezzi.
Questi nostri amici nordamericani pensano che le nostre siano tutte costruzioni sul machiavellismo del potere attento al controllo delle fonti di energia e alla paura che bisogna incutere nei sudditi di queste democrazie imperfette; una paura tale – come diciamo nel libro – da far pensare loro che dopo la sparizione dell’impero sarà peggio.
Questi amici nordamericani ci hanno detto che è una costruzione troppo raffinata. Siamo semplicemente in mezzo a dei pazzi invasati che, per la paura e per il loro delirio egocentrico di potere, sarebbero capaci di fare saltare la festa pur di non perdere neanche un centimetro di controllo. Stanno dilapidando il futuro per evitare che il futuro li logori.

Attorno ad Alack ruotano persone infinitamente umane e sciacalli. La sensazione che ne traggo è che gli umani facciano la storia e gli sciacalli la Storia, quella che finisce nei libri. Sembra quasi che l’intero ciclo del Sinner abbia voluto tracciare una sorta di anatomia del nordamerica che si muove sia sul piano storico degli sciacalli sia su quello sociale degli umani.
C’è questa pagina bellissima in cui il Sinner racconta una serie di piccole sfighe e poi è con Joe quando suona il telefono: è maschio. Mentre Sinner pensa una cosa banale (non mi ero chiesto se fosse maschio o femmina) Joe perde il proprio aplomb da figura hopperiana e mi guarda spalancando gli occhi. E la sequenza si chiude con Alack che mette in relazione la nascita del nipote, il crollo del mondo e il fatto che abbia smesso di fumare.
Cosa succede negli USA e nel “Caso USA” dall’11 agosto all’11 settembre? E nei tre anni successivi?

Ci fanno osservare sovente che siamo capaci di creare umanità.
Il mondo crollò, diciamo, però continua a camminare. Crollò quella mattina e tre anni dopo siamo con Alack Sinner e suo nipotino ancora a Central Park o, detto in italiano che si capisce meglio, nel parco centrale. Tutti noi facciamo deambulazione nel parco centrale delle nostre vite, fra abissi della prossima fine e nascite di nuove vite, bambini.
Nel nostro gruppo di tre amici, Oscar Zarate, Carlos Sampayo e io, sono il secondo nonno. Sono diventato nonno mentre disegnavo il Caso USA: ho, a Buenos Aires, un nipotino di quindici mesi che si chiama Amadeo. Oscar ha una nipotina, che si chiama Ava come Ava Gardner, che ha tre anni.
Nei nostri lavori entrano le nostre vite, ne formano parte, costruiscono i frammenti delle perplessità e della vita interna di Alack. Carlos e io ci siamo sempre intromessi, e non può essere diversamente. Noi abbiamo creato questa persona, Alack Sinner, che a sua volta come persona creata da noi ha contribuito a crearci e a ricrearci. Ci ha accompagnato tanto. Noi “mestieranti dell’affabulazione”, come diceva Vittorio Gassman prendendosi in giro, non distinguiamo molto, e ciò ci aiuta, la differenza tra realtà e finzione. Io adesso mi sto un po’ allontanando verso la finzione vera lasciando la verità “ficcionata”.
Sono frontiere delicate. Io credo che la prorompenza della vita che nasce o le storie che contribuiamo a fare nascere noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli sono l’antidoto alla tendenza catastrofista del futuro che non esiste, dell’impero che ha perso i limiti e abbraccia tutto il conoscibile col suo delirio.
In quella mattinata, tre anni dopo, si ricrea una tentativo di festa della vita in sé che si festeggia esistendo, con un bambino che gioca. E vedi passare quei due cinesini che parlano di dividendi, di diventare miliardari. e gli altri due vecchietti, pensionati, ancora potenti, parlano di petrolio, dicono che deve esistere ancora Bin Ladin e l’altro dice, affermando quello che lui crede di credere ma nello stesso tempo quello che lui vuole che gli altri credano, che “dopo l’impero anglosassone degli Stati Uniti non ci sarà altro che la paura”.
Ed è una delle possibilità reali del futuro: possiamo pensare che altri poteri deliranti, nel futuro, ci riserveranno una sorte ancora più disgraziata della sorte che ci ha riservato la successione degli imperi anglosassoni. E’ una paura in settori consistenti dell’opinione occidentale: cosa succederà se crollerà l’impero degli Stati Uniti? Cadremo nel delirio religioso integralista? Cadremo nelle mescole che le nazioni cristiano-protestanti e cristiano-cattoliche, attraverso la loro storia sanguinosa, sono riuscite a separare?
Sampayo e io, che siamo esseri umani contemporanei, nati in questa epoca, vediamo, in mancanza di senso della storia e in mancanza di proseguimento immediato dell’ideale socialista, emergere la religione integralista, quella che ti vuole spiegare persino come sederti, come alzarti, cosa pensare attraverso meccanismi religiosi; signori travestiti di diversi colori e con vari tipi di cappello che stanno tentando di governarti e dominarti di nuovo. In questo frullato inintelligibile del presente noi vediamo il crescere della paura su che cosa accadrà se gli Stati Uniti smetteranno di fare i poliziotti internazionali, perché c’è della gente nelle nazioni che noi conosciamo che si è abituata a questa situazione. E altri, la maggior parte della gente, i più giovani, sono innecessari al meccanismo di riproduzione della ricchezza. Non accedono al lavoro in condizioni degne, devono accettare di essere indegnificati per accedere ai lavori. Il futuro è la precarizzazione in tutti sensi, economici e culturali.
Le religioni cercano di attaccarsi per darti senso e farti un’altra volta prendere la spada, la scimitarra o il fucile per convincere gli altri che il tuo dio è il vero dio. Siamo in una specie di interregno, non è la fine della storia, è un momento particolare della storia plurimillenaria della specie umana. Ma comunque plurimillenaria fino a un certo punto. Nella nostra breve misura di esistenti, ogni vita ci sembra eterna fino a che non scopriamo che eterni non siamo. Settanta, ottanta, novanta anni sono il tempo che ci concedono le conquiste scientifiche che ringraziamo tantissimo. La vita si è prolungata, ma allo stesso tempo, se pensiamo alla comparsa della vita sulla terra come se durasse da ventiquattro ore, la vita della specie umana occupa solo gli ultimi cinque minuti.
Siamo nati cinque minuti fa come specie. Siamo agli albori degli albori e allo stesso tempo ci sentiamo già stravecchi, ci sentiamo già come se non avessimo niente da imparare. E’ tutto un traffico vorticoso di sensi in cui il presente immediato e la dittatura del presente consumistico pubblicitario fanno sì che tanti di noi si rifugino nella merce, nel delirio della possessione per trovare un contentino. E lì si affaccia merce ideologica: le diverse famiglie religiose che ti propongono la sceneggiatura del senso della tua vita dagli albori dell’umanità fino alla fine, paradiso compreso.
In questo grande brodo, che si può chiamare primordiale se consideriamo che non siamo così antichi come specie, uno può avere la solida speranza che essendo all’inizio di questa grande meraviglia della specie umana cosciente di se stessa, materia cosciente attraverso un futuro possibile, si migliorerà e si arriverà a una specie di socialismo a partire dalla comprovazione che l’egoismo è minaccioso per se stesso.
Bisognerebbe creare un egoismo collettivo che permettesse che la gente impari a rispettarsi, impari a condividere il tempo che gli tocca vivere senza troppi eccessi, senza intingere nel sangue la penna per scrivere la storia.
Fino ad adesso stiamo navigando nel sangue altrui e nel nostro, cercando di darci un senso e un contegno, ma cos’è il danaro? Il danaro è sangue vecchio trasformato in danaro. E’ il sangue di quelli che ci hanno preceduto e hanno lavorato convertito in danaro, e noi siamo in un delirio commerciale pubblicitario, commerciando con il sangue morto dei nostri ancestri. Cazzo!
Allora fare fumetto… Fare storie…
Alack Sinner si chiama così perché il suo nome vuol dire “povero me, peccatore”. Noi continuiamo a camminare con gli Stati Uniti come scusa e con la nostra visione argentina e sudamericana degli Stati Uniti. Avendo ben chiari tutti i soprusi che gli Stati Uniti hanno commesso nei nostri paesi, possiamo avere paura dei deliranti integralisti con la scimitarra, dei ricconi annoiati che possono mandare il mondo in malora per un litigio, per una donna o per un pozzo di petrolio.
Continuiamo a camminare come tanti e per me, in particolare, disegnare è camminare. Faccio un’ombra, una luce, faccio un collo… Faccio il collo di una ragazzina che trema nell’adolescenza e prendo così delle estasi vitali che mi aiutano a camminare. Io ho trovato questa stampella che mi aiuta nella mia preoccupazione di essere di carne e ossa nella storia. Noi veniamo dall’Argentina che è stata trucidata da latifondisti e militari assassini. Abbiamo amici e amiche che sono spariti senza che si siano più trovati i loro resti. Noi veniamo dalla storia vera e cerchiamo rifugio nella nostra storia finta, ma nella nostra storia finta ci sono degli elementi di questa verità che ci angoscia e ci questiona come persone e come specie.

Per molto tempo avete voluto essere vicini anche fisicamente ad Alack Sinner. Era come se voi due aveste voluto essere tra esseri umani da accostare ad Alack per raccontare la storia. Perché non comparite più? E’ un modo di staccarsi dalla narrazione?

Siamo stati per molti anni molto vicini anche corporalmente nel disegno e nelle parole ad Alack Sinner. Ci piaceva imitare Hitchcock che appariva nei suoi lavori, leggendo giornali, raccogliendo fazzoletti persi per strada da donne. Si può dire che fosse un peccato di gioventù che non mi vergogno affatto di aver commesso. Noi volevamo essere vicini ad Alack Sinner e, con i nostri limiti, ci siamo messi dentro le storie. Però adesso siamo diventati (almeno io) una specie di nuvola invisibile che è attorno alle storie, ma il mio corpo e la mia persona non appaiono più e neanche Carlos ne ha voglia.
Non è stata una decisione cosciente. Semplicemente siamo ridiventati quello che eravamo all’inizio. Ossia le persone che sono fuori dal fumetto e fuori dalla storia. Quelli che la raccontano con un compromesso sentimentale e che, però, non appaiono. Più. Io quando mi disegno mi disegno altrove non nell’Alack Sinner.
Noi che siamo capaci di disegnare e di investigare con la linea investighiamo le nostre rughe. Investighiamo il nostro passaggio nel tempo perché abbiamo questa possibilità. Non metto più in Alack Sinner forse perché ormai ho troppe rughe oramai. Breccia si disegnava continuamente, ma Breccia aveva una faccia più interessante della mia da disegnare.

Nel “Caso USA” torna prepotentemente l’atmosfera noir e l’indagine. Sinner ha ricominciato a fare il detective e ha motivazioni da noir. C’è un romanzo di Carlos Sampayo, “Il lato selvaggio della vita” che a me è parso una riscrittura della Promessa di Friedrich Durrenmat: i meccanismi della realtà smontano la costruzione narrativa e l’unico giallo possibile è pieno di errori e di mancate soluzioni. Perché confrontarsi ancora col noir?

Avere il senso della giornata… Alack Sinner ha deciso di riprendere un po’ il suo cammino, di cercare un po’ di salute – cosa che noi non facciamo più di tanto – e di calmarsi un po’. Ha deciso insomma di trovare il senso delle sue giornate e ha messo un’altra volta nel mercato la sua capacità d’investigatore. Lui ci vive.
Il noir è nero e l’inchiostro di china, denso e profondo, forma una parte di tutto il suo cammino. Ci sono solidi sospetti che tutta la storia sia un noir infinito e, allora, il racconto poliziesco, il genere noir e tutta una serie di costruzioni editoriali, che io non critico, diventano quasi delle specializzazioni. C’è la parola genere e noi abbiamo sempre tentato di raccontare storie del genere umano. Generalmente buone. E allora quando si fanno questo tipo di specificazioni, mi rifugio nel bianco e nero della storia vera dell’umanità. Non credo che Alack Sinner si sia allontanato molto dal noir anche quando sembrava molto lontano.
Carlos, come scrittore, viene da Raymond Chandler, distante dal giallo anglosassone come perfetto meccanismo a orologeria. Chandler si era addentrato nella realtà reale che non sembra avere una soluzione certa. I lettori, i clienti, cercano un calmante in un giallo a orologeria e si può quindi rimproverare a quella scuola di realisti vitalisti di aver eliminato il contentino del meccanismo che si risolve alla fine.
Ci sarebbe poi quella polemica permanente nel mondo della comunicazione: bisogna calmare o angosciare i clienti?

Alack Sinner non usa la pistola. Non la usa più, neanche adesso che è tornato a fare l’investigatore privato a New YorK. Mi è venuta in mente una sequenza di Sudor Sudaca in cui per non disegnare armi José riproduce frammenti di sceneggiatura. In un mondo in cui mafiosi pericolosi possono fare quello che vogliono, in cui un aereo può diventare un micidiale missile puntato sul WTC, perché questa scelta?

In Sudor Sudaca c’era troppa realtà per poterla disegnare.
Nella mia prima gioventù, durante la definizione dell’identità dell’adolescenza, mi piaceva disegnare le armi.
Appartengo alla scuola del fumetto di Buenos Aires. La scuola di Breccia, di Oesterheld, di Pratt, di Solano Lopez… Oesterheld raccontava storie della guerra europea. In “Patria Vieja” raccontava storie che avevano a che vedere col passato e con la costruzione dell’Argentina attraverso le guerre interne del nostro paese: i gauchos, la provincia di Buenos Aires contro tutte le altre province, il tentativo riuscito di dominare il traffico… In quel momento di affermazione virile adolescenziale, l’isteria delle armi produce seduzione. Si fa commercio con i problemi adolescenziali e il desiderio di potere. Le armi sono una specie di giocattolino che danno da piccoli a noi maschietti. E’ un’affermazione, un patetico tentativo di sembrare più forti di quello che in realtà ci crediamo.
Nel traffico del disegno, quando avevo quattordici quindici sedici anni, ero dietro Pratt. A sessanta chilometri da Pratt, ma dietro. E tentavo di scimmiottare i suoi marines, le sue armi, queste uniformi mimetiche e me la godevo, anche nel senso adolescenziale del termine, facendo queste figure di uomini armati. Dopo, quando sono un po’ cresciuto e ho visto l’abbondanza esagerata di armi nel fumetto, ho perso l’interesse e da allora non mi piace disegnare armi. E’ una contraddizione per il tipo di storie che devi raccontare perché io fatico a andare a cercare riferimenti per l’arma. Faccio un’arma come mi ricordo che erano le armi del 1917. Anche con le macchine mi succede lo stesso. Dopo vado a vedere come sono le macchine e alcune mi piacciono. Ma con le armi ho un rifiuto generale perché sono come il danaro, un’invenzione non rimpiazzabile, un’invenzione necessaria ma orribile conseguenza della lotta per il potere.
Allora ho dei problemi ridicoli con le armi e mi ricordo quando facevo i soldatini a Tarawa dietro l’orma di Pratt e me la godevo.
Nel campo dei fumetti e del cinema ci sono degli eterni adolescenti che lavorano per adolescenti temporanei che giocano all’ascensione vigile dell’arma, del sopruso, dell’umiliazione. Lo spettacolo dell’umiliazione e uccisione dell’altro. Io ho perso quel piacere, per fortuna.
Nel “Caso USA” ho dovuto disegnare un satellite. Mi è costato tanto ed è venuto un satellitino del 1956, come me li ricordo quando ancora mi piacevano. E’ che a volte ho dei problemi con le storie che raccontiamo, che sentiamo di raccontare, perché devo disegnare delle cose che non mi garbano.
Raccontare è anche questo.

Mi sono accorto che Nick, adesso che ha smesso di tingersi i capelli e ha accettato di invecchiare, assomiglia incredibilmente a Garcia Marquez. E’ il realismo magico che entra in Alack Sinner?

Nick Martinez con gli occhiali potrebbe essere un intellettuale tedesco di sinistra. Ma coi baffi bianchi non tanto. Se se li tingesse di nero come sospetto che faccia Gunther Grass … Hai visto la figura dell’intellettuale di sinistra con i baffoni e gli occhiali che gira in tutti i nostri paesi?
Nick Martinez da personaggio un po’ ossuto, latino, nerone è diventato un uomo con capelli e baffi bianchi, con la stessa costruzione ossea. Grossomodo. Perché col passare del tempo anche le facce soffrono una trasformazione ossea. Le facce si modificano. Dipende dalla storia e dal momento in cui è stata fatta quale Martinez o quale Alack Sinner faccio a partire da una costruzione ossea simile.
Borges era assolutamente contrario al realismo magico. La metafisica pampiana di Borges ha anche un lato di magia, nel senso pampiano. Sembra che l’individuo della pampa abbia una sfiducia istintiva nell’individuo delle foreste. Noi, figli della pampa, siamo figli di un paesaggio pressoché astratto, pieno di cose arborescenti… A me Alejo Carpentier piace molto, usa una specie di lingua viva e calda. E’ come un’eruzione del linguaggio che si versa sugli oggetti e li menziona e Borges era della scuola contraria. Era del dire una parola invece di cinquanta. A volte, una parola invece di cinquanta va bene, anche perché Borges in genere sceglie le parole giuste. Però le cinquanta parole su un albero o un fiore che usa Alejo Carpentier sono una fetta della lingua. Non credo che bisogna decidere se il realismo magico è in sé e per sé è buono o cattivo per la fortuna della letteratura centro e sud americana. Si tratta di polemiche giornalistiche attorno a una serie di difese un po’ spocchiose della razionalità negando il realismo magico. Le cose si possono fare bene con abbondanza di termini così come con tre parole. Ci sono gli haiku e ci sono dei racconti fiume e ci sono due forme (due tra le tante) di cercare di spiegarsi il fenomeno dell’esistenza, lavorando, intrattenendosi e tentando di intrattenere la gente che arriverà a acquistarti.
Una volta mi hanno detto. “Chiaro, non ti puoi mai sbagliare facendo nuvole”. Ho risposto: “si possono fare nuvole vive e nuvole morte”. Puoi alludere la vita con la vita e puoi soltanto fingere una vita che non senti più scrivendo e disegnano cose che non vivono in sé. Una nuvola può essere viva o no.

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