Francesca Ghermandi: dall’Arizona a Modena senza passare dal Via

Articolo uscito su “Lo Straniero”, giugno 2006.

“C’era una ragazza che sembrava disegnare cartoons da tutta una vita”

(Gabriella Giandelli a Massimo Giacon, a proposito di Francesca Ghermandi)

Le guide turistiche recitano: “Pochi posti esemplificano il Vecchio West come Tombstone, Arizona, 1.504 abitanti. Nota come “la città troppo tosta per morire”, Tombstone riporta alla mente duelli per le strade, fuorilegge dal viso bruciato dal sole e giocatori d’azzardo. Un clima di totale abbandono, nel quale la sola legge rispettata era quella della pistola. Un eroe emerge dal fumo delle armi da fuoco: Wyatt Earp, un uomo della legge di Dodge City, Kansas, vocato a ripristinare l’ordine nella regione. Nessuno fu più famoso e pericoloso: Earp, i suoi fratelli e la sfida all’O.K. Corral faranno per sempre parte della mitologia di Tombstone”.

Questa città dal nome immortale, con la sua farsesca e periodica ricostruzione del duello all’O.K. Corral, è evidentemente una macchina per attirare i turisti dell’avventura. Quegli stessi turisti che amano visitare il teepee più grande del mondo o la ricostruzione del trading post in cui si fermavano diligenze identiche a quelle usate da figure mitiche del calibro (è proprio il caso di dirlo) di Wild Bill Hickock o Billy The Kid. Quegli stessi turisti che ancora non hanno raggiunto la consapevolezza che l’ovest statunitense che cercano è solo un luogo dell’immaginario.

Francesca Ghermandi è la persona giusta per ricordarci che, per visitare Tombstone, non è necessario subire un volo transoceanico di una dozzina d’ore con un paio di scali nel mezzo e uno scarto di fuso orario di otto ore. Le è “bastato” mettere in fila 275 disegni, a biro e china, apparentemente scollegati tra loro, ma in realtà resi fortemente coesi dalla volontà di raccontare una gita fuori porta nel luogo comune statunitense in cui viviamo. Le illustrazioni sono state dapprima allineate in una mostra nella galleria modenese D406 e, poi, raccolte nel carnet de voyages “Un’estate a Tombstone”.
Negli ultimi anni, il reportage di viaggio è, per gli autori di fumetto, un genere molto frequentato. Ci sono, chiaramente, due posizioni, entrambe estreme e con radicati fondamenti di credibilità, che possono tentare di giustificare questa tendenza: da un lato, malignamente, si può pensare che dopo Robert Crumb – riuscito ad acquistare una splendida casa nel sud della Francia barattandola con sei quaderni di disegni – molti altri fumettisti abbiano subito il fascino di una forma che sembrava poter garantire un ottimo rapporto tra sforzo e guadagno; dall’altro, con migliore fede nelle qualità umane degli autori di fumetti (giustificata dalla generosità e dalla gratuità con cui molti fumettisti – anche molto noti – gestiscono i propri blog), si può credere in una necessità, quasi febbrile, di mettere su carta (o su schermo, poco importa di questi tempi) le ossessioni del proprio sguardo.

Sono convinto che Ghermandi sia mossa dalla febbre del segno. E ho in lei fiducia, quando dichiara: “un’estate a Tombstone è il carnet di un viaggio fatto in una ridente cittadina immaginaria a due passi da qui, dove vengono ritratti tanti personaggi (animali compresi), fotografate scene ed episodi di vita, raccolti pensieri, malumori, dichiarazioni degli abitanti e il tutto, naturalmente, intervallato da pubblicità e réclames”.
Un viaggio immobile. Talvolta basta rimanere seduti – al tavolo da disegno, magari – col telecomando vicino e subito ci ritroviamo a Tombstone, dove respiriamo gli effluvi dell’immaginario industrializzato made in USA e l’imbecillità dilagante cui siamo contemporanei. In Arizona come a Modena.

Francesca Ghermandi è nata nel 1964 e dalla metà degli anni Ottanta, la sua firma è apparsa in calce a opere subito contraddistintesi per la maturità di uno stile che è, per altro, in continua evoluzione. Enumero alcune delle pubblicazioni periodiche che hanno ospitato l’autrice perché mi sembra che questo elenco dica molto di lei: Reporter, L’Echo Des Savanes, Frigidaire, El Vibora, Dolce Vita, Comic Art, Cyborg, Linus, Mano, Pimpa, Rubber Blanket, Zero Zero, Strapazin, Stripburger, Black, Nuova Ecologia, Per Lui, Marie Claire, Il Manifesto, Atinù, Internazionale…

E’ poi sorprendente che il segno maturo e personale di Francesca Ghermandi non denunci alcuna influenza diretta così invasiva da essere sempre presente e gridata. Siamo evidentemente di fronte al prodotto di uno sguardo vorace in grado di assimilare innumerevoli contaminazioni – si va da Floyd Gottfredson, Carl Barks, Benito Jacovitti e Joost Swarte fino a Lorenzo Mattotti, Andrea Pazienza, Charles Burns, Daniel Clowes e Al Columbia – e tutti questi segnali inquinano sottilmente e senza imporsi sugli altri il modo di costruire immagini dell’autrice: vengono risucchiati dal suo segno e a esso si miscelano fino a completa armonizzazione. Questo vortice di influenze, che Ghermandi sembra amalgamare con uno di quei frullatori che talvolta compaiono tra le zampe dei suoi personaggi, si concreta in figure assai plastiche e naturali che, seppure sintetizzate da una linea chiara di impronta umoristica, rendono invisibili i punti di sutura del maelstrom di riferimenti e sono dotate di volume e grande concretezza materica.

“Vuole una mia scultura, ma la vuole in bronzo. E’ la rivelazione. Questa materia, inaspettatamente, mi è profondamente congeniale…. E’ la mia materia.”

A scrivere queste parole è Quinto Ghermandi, padre di Francesca, in una nota autobiografica. Quinto era un grande scultore e, a detta dello storico dell’arte Andrea Emiliani, “uomo di grande vivacità intellettuale, creatore di gag comiche straordinarie”. Nella stessa nota, l’artista racconta la propria strenua e continua ricerca, fin dall’infanzia (“ritrovo me stesso bambino che pasticcio con la terra”), del materiale più congeniale e idoneo alla creazione.

Non ho conferme dirette, ma sono convinto che Francesca abbia subito il fascino del padre, delle sue materie, della fonderia (“che vuol dire”, sono ancora parole di Quinto, “lavoro in grandi spazi, in mezzo al fragore esaltante delle macchine, allo sfavillio dei forni”) e della ricerca irrequieta di nuovi strumenti per narrare.

Lo dicono la concretezza e i volumi delle sue figure.

Lo conferma lei stessa quando (in un’intervista rilasciata qualche anno fa a http://www.ultrazine.org) sottolinea l’importanza dei materiali sul proprio lavoro: “Anche i diversi strumenti utilizzati per realizzare un disegno mi suggeriscono certe storie anziché altre. La china di Helter Skelter, il colore di altre storie che ho fatto, la grafite di Pastil… è per questo che le mie storie sembrano tanto diverse tra loro, perché cerco uno sviluppo naturale dal segno alla narrazione.”

Dice Francesca Ghermandi (questa volta a Paul Gravett, nell’introduzione al catalogo “Quella teppa dei miei amichetti”):

“Non lavoro mai su uno script, improvviso sempre e non ho paura di sembrare incoerente. […] Sono le immagini a creare la trama”.

Mi sembra che questa affermazione chiarisca i motivi per cui, ogni volta che Ghermandi cambia strumenti di lavoro, modifica anche genere, formato e modulo narrativo.

Per il tradizionalissimo albo cartonato alla francese di Joe Indiana sono necessarie 46 pagine a colori e una fedeltà incrollabile al genere, il giallo “whodunit”umoristico. Hiawata Pete richiede china, retini bicromi e struttura narrativa da striscia avventurosa umoristica, che si apre con un riassunto spiazzante e si chiude con un cliffhanger. Helter Skelter (pubblicato inizialmente su Cyborg, una rivista di fumetto cyberpunk che si proponeva di costruire un universo consistente come quelli dei supereroi Marvel o DC) vuole china e retino grigio e compressione dei ritmi narrativi alla maniera del comic book (o, se si preferisce, di Jacovitti). Pastil/Pasticca esige grafite e mezzetinte, assenza di parole e i ritmi da lunga narrazione che guardano al graphic novel.

E i segni di biro con contorni e campiture a pennello sono i mezzi tecnici che si impongono a Francesca Ghermandi per catturare le istantanee di “Un’estate a Tombstone”, che sono – prima di tutto – frammenti del contemporaneo travestito da immaginario di frontiera.
Appare naturale che l’autrice abbia scelto di utilizzare, per tracciarle, lo strumento che più d’ogni altro è d’uso quotidiano: la biro. Impugnatala, Ghermandi si allontana dall’usuale linea chiara, che vorrebbe l’abbandono di qualsiasi tratteggio in favore di immagini nitide e perfettamente delineate, e gestisce spazi e volumi infittendo tessiture di tratti sottili e spesso adagiati con apparente noncuranza. Poi, quasi a voler evitare una loro fuga scomposta, racchiude la trama di segni nel contorno – flessuoso, spesso e modulato – cui, negli anni, ci ha abituati.

Dal reticolo di segni emergono personaggi cartooneschi, la cui forma ci dovrebbe indurre a esigere un scelta di campo quasi manichea. Il male – ce lo ha insegnato il Dick Tracy di Chester Gould, evidentemente molto amato da Ghermandi – dovrebbe imprimere inconfondibili stigmate sulle figure di carta.

Invece ci sono personaggi e situazioni comuni: la donna, fuori campo, che commenta la bellezza della foto del figlio, sottolineando che la cornice d’argento è una bomboniera; l’anziana signora che racconta ai nipoti, fuori campo e disgustati, i disagi – quasi patologici – della menopausa; le banalità vergate sul diario dalla donnina che sembra uscire da un romanzo di Hawthorne; le pubblicità che irrompono, con tripudio di effetti speciali, tra le immagini opache…

Guardando le istantanee da Tombstone, percepiamo frammenti di vita comune, né buona né cattiva, solo un po’ squallida. Sfogliando il libro veniamo investiti dalla sensazione usuale che proviamo quando ascoltiamo frammenti di discorsi sui treni, per strada o durante un interminabile pranzo tra conoscenti dopo una cerimonia alla cui partecipazione siamo stati precettati.

Nota biografica e bibliografia
Francesca Ghermandi, nata a Bologna nel 1964, esordisce nel 1985 sul quotidiano “Reporter”. Da quel momento i suoi fumetti e le sue illustrazioni sono apparsi sulle testate più disparate. Sono inoltre da ricordare il design per un POP swatch e le copertine per Garzanti, Einaudi e Marco Tropea.

Bibliografia essenziale:

  • Joe Indiana: Il segno dei cinque, Comic Art, Roma, 1991
  • Hiawata Pete, Granata Press, Bologna, 1993 (poi Coconino, Bologna, 2008)
  • Helter Skelter, Phoenix Enterprise, Bologna, 1997
  • Pastil, Phoenix Enterprise, Bologna, 1998
  • Pastil 2, Phoenix Enterprise, Bologna, 1999
  • Bang! T’es mort, Edition du seuil, Paris, 2003
  • Pasticca, Einaudi, Torino, 2003
  • Le avventure di Ulisse (con testi di Roberto Piumini), Editori Riuniti, Roma, 2003
  • Quella teppa dei miei amichetti, Mazzotta, Milano, 2004
  • Un’estate a Tombstone, Comix – D406, Modena, 2006
  • Grenuord, Coconino, Bologna, 2007
  • Cronache della palude, Coconino, 2010

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...