L’idea di fumetto

Pubblicato nel marzo 2003 su “FuCineMuTe” 50

“La pubblicità è l’anima del commercio.
Il commercio ha l’anima che si merita.”

(Ivan Della Mea)

I classici del fumetto

Nell’ultima settimana di febbraio 2003, il quotidiano “la Repubblica” si è presentato ai suoi lettori con un’operazione sicuramente meritoria. Si tratta della nuova serie di gadget, allegati alla pubblicazione col duplice scopo di vendere un prodotto collaterale al quotidiano e di vendere il quotidiano a chi è interessato a quel prodotto.

Gli esperti di marketing ci hanno insegnato a utilizzare — probabilmente a sproposito — una parola dall’incerta semantica: fidelizzazione. Tutto pur di rendere possibile, magari per un lungo periodo, la vendita di qualche copia in più in un paese con una scarsissima propensione alla lettura.

Ricordo lo stupore, prima di tutto degli edicolanti, quando sul finire degli anni Ottanta “la Repubblica” e “il Corriere della Sera” iniziarono a contendersi i lettori distribuendo insieme al quotidiano anche inserti settimanali (inizialmente “Venerdì” e “Sette”) dedicati ai fenomeni di costume, agli approfondimenti, allo spettacolo e alla programmazione televisiva. E ancora di più quando, a metà degli anni Novanta, “l’Unità” per rimediare al proprio cagionevole stato di salute iniziò ad allegare all’edizione del sabato film in videocassetta più o meno importanti per la storia del cinema italiano.

Da allora la corsa al supplemento non si è più fermata: in edicola non esiste quotidiano o settimanale che non tragga ossigeno da prodotti da combinare all’acquisto con modico supplemento di spesa. Un processo apparentemente irreversibile e che si traduce in una lotta impari destinata a rendere sempre più difficile la vita alla piccola editoria.

Scontro editoriale per molti versi simile a quello tra i tycoon Hearst e Pulitzer che, sul finire del diciannovesimo secolo, fu chiamato “yellow journalism” ed ebbe tra gli effetti collaterali la nascita del fumetto industriale statunitense.

La nuova serie di prodotti allegati a “la Repubblica” è stata realizzata in collaborazione con Panini Comics e raccoglie, sotto il titolo “i classici del fumetto di Repubblica”, 30 volumi che costituiscono, recita l’occhiello dell’articolo di presentazione dell’operazione, “un incontro con gli eroi più significativi del fumetto attraverso una selezione delle avventure più belle”.

I trenta titoli annunciati nel momento del lancio della collana, pur non contenendo grandi sorprese, offrono una carrellata su alcuni aspetti del fumetto. Si va dai “grandi classici” (Mandrake, Tex, Topolino, Peanuts …), ai supereroi (L’uomo ragno, Superman, Batman, X-Men…), al fumetto seriale d’autore (Corto Maltese, L’Eternauta, Tin Tin…), agli autori di fumetti (Vittorio Giardino, Jiro Taniguchi, Andrea Pazienza…), al fumetto popolare italiano (Dylan Dog, Martin Mystère, Ken Parker…).

In mezzo a questa manna diventa necessario porsi alcuni quesiti.

Qual è l’idea di fumetto comunicata dall’itinerario di letture proposto?

Quale idea di fumetto sembra avere il suo potenziale pubblico in Italia?

I trenta titoli presentati costituiscono forse la (o una) bibliografia essenziale per esibire il fumetto?

… e il progetto?

La volontà di presentare il fumetto per il tramite di classici presuppone — deve presupporre — un chiaro progetto comunicativo e pedagogico. Tale progetto non è percepibile, nemmeno in forma embrionale, nella collana di “Repubblica”.

Mi sembrano interessanti alcune osservazioni sulla scelta dei titoli.

  • La maggior parte dei volumi selezionati è dedicata ad autori o personaggi noti e, conseguentemente, discretamente vendibili.
  • Una classificazione di autori e personaggi per area geografica di provenienza evidenzia che oltre l’80% dei titoli si riferisce a Italia e Stati Uniti. Solo cinque libri per raccontare Argentina, Francia, Belgio, Giappone e Inghilterra.
  • Tutti i personaggi e gli autori presentati (tranne Pogo di Walt Kelly) sono reperibili, o in edicola o in libreria, con testate in corso di pubblicazione o con titoli in catalogo. Quasi che la pubblicazione dei volumi costituisse anche e soprattutto un’occasione di promozione.
  • Se tentassimo di ipotizzare la struttura di un’operazione analoga nel passato, avremmo l’amara sorpresa di ritrovare più o meno gli stessi titoli. Non fosse per Jiro Taniguchi e Leo Ortolani potremmo farla retrocedere di 12/15 anni. Eliminando un paio di serie bonelliane (Martin Mystère e Dylan Dog) si riuscirebbe a giungere alla fine degli anni Settanta.

Sia chiaro che non credo affatto che questa iniziativa di Repubblica rappresenti un’occasione perduta. Tutt’altro. Chi ha costruito la serie è estremamente consapevole del proprio target.

Il lettore di platino-iridio di fumetti, definito con accurate analisi di indicatori approssimativamente raccolti nel tempio della statistica morale, è l’utente colto e di mezza età di Repubblica, quotidiano che periodicamente fa vanto del titolo di studio del proprio lettore medio. Durante gli studi, questo lettore ideale ha sfogliato le riviste del fumetto cosiddetto “d’autore”: Linus, Alter, Corto Maltese (sulle cui pagine ha anche riscoperto i supereroi dell’infanzia) e, saltuariamente, perfino Orient Express (che, però a quei tempi, gli pareva un po’ provinciale, così piena di nomi quasi esclusivamente italiani). Oggi si dedica a poco sistematiche letture bonelliane e, sporadicamente, ai supereroi. Ignora caparbiamente i manga di cui i figli, ginnasiali, sono voracissimi fruitori.

Tutti i titoli ospitati nella collana “i classici del fumetto di Repubblica” sono meritevoli di attenzione (perfino la versione oscenamente rimontata di Corto Maltese) e non solo per la loro intrinseca qualità (visto che alcuni titoli sono dedicati a prodotti interessanti solo per meglio capire il contesto sociale in cui sono nati e cresciuti).

La definizione di fumetto deducibile da questa iniziativa è mutila, tronca, incompleta.

La domanda da porsi non è “quali titoli mancano?”, bensì “qual è il progetto che sostiene la realizzazione di questa collana?”.

Risulta evidente che non vi sia alcun progetto; che le quattro osservazioni che ho menzionato siano poco meno che casuali. Si tratta di un’operazione prima di tutto profittevole per i partner (Repubblica e Panini) e solo occasionalmente culturale.

Il fumetto è in primo luogo un linguaggio, un modo di narrare, rappresentare, comunicare. Un linguaggio, come il poeta secondo Arthur Rimbaud, deve essere “absolument moderne”: assolutamente presente al proprio tempo. In caso contrario diviene lingua morta ed è divertente rammentare la somiglianza che Marshall McLuhan, nel suo “Understanding Media” (1964), percepiva tra il fumetto e le miniature dell’VIII secolo: “I primi albi di fumetti uscirono nel 1935. Non avendo in sé nulla di associativo o di letterario, ed essendo difficili da decifrare quanto il Book of Kells, conquistarono subito i giovani”.

Chi avesse voluto progettare una presentazione del fumetto, che ne fosse necessariamente anche un’analisi, avrebbe dovuto cogliere i modi in cui questo linguaggio evolve, seguendo necessariamente direttrici geografiche, temporali e autoriali.

Tenterò di seguito un’ipotesi di struttura di lavoro per costruire una selezione di titoli al fine di comunicare un’idea di fumetto. Per definire detta struttura abuserò delle quattro regole dell’unico metodo di progettazione che, a livello conscio o inconscio, sia stato accettato e integrato in tutti i modelli successivi: quello che René Descartes formalizzò nel 1637. Dico che ne abuserò perché sono estremamente consapevole delle numerose scelte arbitrarie e (fortunatamente) discutibili presenti nelle ipotesi che sto per descrivere, ma è bene ricordare che l’essenza della progettualità risiede nell’approccio alla risoluzione del problema, che deve necessariamente essere strutturato e consentire la stima delle dimensioni delle attività, la pianificazione della loro esecuzione e l’analisi dei rischi.

Lo scopo che mi prefiggo, seppure ambizioso, è solo quello di ipotizzare un modello per progettare una bibliografia che comunichi il senso del fumetto.

Nulla per scontato

“La prima era di non accogliere mai nulla per vero che non conoscessi essere tale per evidenza: di evitare, cioè accuratamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi nulla più di quello che si presentava così chiaramente e distintamente alla mia intelligenza da escludere ogni possibilità di dubbio”.

La prima regola per la pianificazione e l’esecuzione di qualsiasi progetto prevede che tutto debba essere verificato, soprattutto l’ovvio.

La cosa più ovvia che rischia di rimanere in una spiacevole zona d’ombra è, in questo caso, chiarire cosa sia il fumetto.

Un progetto di presentazione di un linguaggio dovrebbe, in primo luogo, definire chiaramente il proprio oggetto. Oggi la definizione comunemente accettata è quella resa popolare da Will Eisner: arte sequenziale. Più precisamente, citando “I linguaggi del fumetto” di Roman Gubern (la cui edizione originale è datata 1972), “struttura narrativa formata dalla sequenza progressiva di pittogrammi, in cui possono inserirsi elementi di scrittura fonetica”, oppure, stando a “Understanding comics” di Scott McCloud (1993), “Immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore”.

Questa definizione, che ravvisa la vera natura del linguaggio nel succedersi delle immagini, dimentica o omette almeno altri due elementi indispensabili alla precisa identificazione di ciò che comunemente chiamiamo fumetto: il fumetto è destinato a essere riprodotto e distribuito; è fumetto ciò che gli autori e/o i lettori considerano tale.

Scomporre il problema

“La seconda era di dividere ogni problema in tante parti minori quante fosse possibile e necessario per meglio risolverlo”.

Qual è il modo migliore per scomporre il fumetto allo scopo di analizzarlo con maggior agio?

Lo si può mappare sul territorio oppure lo si può ripartire per formato di pubblicazione, per genere narrativo, per numero di quadretti per pagina, per diffusione, per target di utenza, o in qualsiasi altra maniera venga in mente.

Definita la struttura, si può effettuare la classificazione delle opere più significative per il valore estetico, l’impatto sul pubblico, la rilevanza delle innovazioni e così via. Anche questa classificazione risulterà piuttosto arbitraria, ma tanto più completa quanti più sono i conoscitori di fumetto coinvolti. Anche perché, fa osservare il già citato Ivan Della Mea, “è più divertente sbagliare insieme che far giusto da soli”.

Definire delle priorità

“La terza, di condurre con ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscere, per salire a poco a poco, e supponendo un ordine tra quelli di cui gli uni non procedono naturalmente gli altri”.

A questo punto la nostra mappa è costellata di titoli importanti, cui è bene associare una lista di autori (che, com’è noto, può essere composta da uno o da decine di nominativi, comprendendo tutti i ruoli attivi nella creazione dell’opera, dall’ideatore della storia all’editore), una data e una nazione di prima pubblicazione.

Analizzando i debiti di ciascun’opera verso le altre opere, debiti che possono essere impliciti (deducibili dalle opere) o espliciti (ricavabili dalle dichiarazioni degli autori), è possibile costruire la rete assai complessa delle influenze che si affastellano nell’enciclopedia di autori e lettori.

I titoli più referenziati indicano sicuramente le opere più seminali e influenti. Le opere di estremo rilievo poco influenti su altri titoli sono o troppo recenti o troppo innovative, in entrambi i casi può valer la pena riportarne i titoli in bibliografia.

Durante la definizione della rete di influenze si scopriranno continuamente nuovi titoli meritevoli, per i quali sarà necessario effettuare ricerche e verifiche. A meno di non voler costruire una mappa 1:1 destinata, come nel paradosso dei cartografi cinesi riferito da Borges, a ricoprire le macerie della città che descrive, è opportuno dare alle analisi un limite di tempo inderogabile.

Verifiche e confronti

“In fine, di far dovunque enumerazioni così complete e revisioni così generali da esser sicuro di non aver omesso nulla”.

E’ giunto il momento di effettuare enormi sessioni di verifica, vagliando l’assenza (o anche la presenza a sproposito) di specifici titoli, confrontando la lista ottenuta con quanto presente nelle biblioteche, nelle librerie, nelle bibliografie. è assolutamente opportuno anche il coinvolgimento di esperti della materia che non siano stati contattati fino a quel momento. I risultati devono essere portati all’esterno del progetto. Insegna Giorgio Gaber: “anche nelle case più spaziose / non c’è spazio per verifiche e confronti / C’è solo la strada su cui puoi contare / la strada è l’unica salvezza”.

A questo punto il risultato è una bibliografia, verosimilmente assai estesa e sicuramente molto discutibile, perché le sue qualità sono legate alle caratteristiche delle persone coinvolte nel progetto e ai compromessi che hanno dovuto raggiungere. A ciascun titolo elencato sono associati almeno due indicatori: priorità e rilevanza.

Il compilatore di collane da allegare ai quotidiani può finalmente incrociare i dati con quelli della sua personalissima lista contenente le indicazioni da editori, sponsor, soci e amici. Buon lavoro.

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