Ritorna “Resiliente”

8 ottobre 2015 by

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Ancora il direttore non lo sa… Ho trasformato “Resiliente” in un feuilleton. Vedrai che suspense.
Oggi ricomincia…

Così

“Paolo, ciao. Dove sei finito? Esaurite le idee per sostenere che il fumetto è resiliente?”
“Ciao Matteo. Com’è che ti fai vivo? E’ già ottobre? Hai bisogno di un compagnuccio di spritz per Lucca? Uno un po’ resiliente, però. Capace di riprendersi rapidamente dalle avversità…”
“Di Lucca parliamo un’altra volta. Ora dimmi di storie da raccontare qua. Ti sono passati i crampi alla mano per il libro linusiano?”
“Io preferisco chiamarlo baby blues. L’ho tenuto in pancia per così tanto tempo che, quando si è palesato al mondo, ho sentito uno scompenso. Gli ormoni impazziti.”
“Mi vuoi uccidere di metafore?”
“E poi l’insonnia. Ti alzi, guardi fuori dalla finestra… Devi solo decidere da quale momento chiamerai la notte mattino…”
“Io invece mi sono sempre coricato di buonora. E qualche volta, appena spenta la luce, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: ‘Mi addormento’.”

Continua di là.

Ah… Ho deciso di mostrarti la faccia.

Punti

27 settembre 2015 by

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01. Qualche giorno fa è uscito questo libro di Shaun Tan. So solo che è un art book costruito intorno alle sculture che il nostro ha fatto ispirandosi ai fratelli Grimm. Lunedì (il 28 settembre), intorno alle 13.30, parlo con Kika di “Regole dell’estate”, l’ultimo libro di Tan uscito in Italia. Se ti sintonizzi sulle frequenze di Radio Onda d’Urto (o cerchi lo stream audio, o aspetti il podcast su Fumettologica) ti raccontiamo di come anche quel libro sia una passeggiata nel paese dei mostri selvaggi.

02.

“Qui non siamo in presenza di un disastro ambientale: siamo di fronte a una truffa e l’Italia chiede che sia punita severamente”.

Il quotidiano “La Repubblica” (26/09/2015) attribuisce questa frase al Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Matteo Renzi, a proposito dell’affaire Volkswagen. Eeeeeeeh??

03. Atsushi Kaneno è un fumettista straordinario. Prima di “Soil” (attualmente al quinto volume per Panini), ha fatto “Wet Moon”. Star Comics ha appena pubblicato il primo volume. Le pagine nel locale della malavita sono tra le più belle di questo autore. Commoventi. Il fatto che due editori concorrenti pubblichino contemporaneamente due serie dello stesso autore è, invece, un cosa molto triste che ci dice della poca volontà degli editori di fare il loro mestiere.

04. Dopo “The storytelling animal” (che in Italia era uscito, per Bollati Boringhieri, con un titolo bruttino, “L’istinto di narrare: come le storie ci hanno reso umani”), Jonathan Gottschall ne ha fatta un’altra delle sue. Sempre per Bollati Boringhieri, esce con “Il professore sul ring” (questa volta il titolo inglese non è stato snaturato, “The professor in the cage”). Il nostro indaga sul perché si combatte. Nella breve intervista pubblicata da “TTL” della “Stampa” (26/09), dice che non combatterà più perché non ha l’età e, nei due anni, in cui ha tirato era quasi sempre rotto. Ho cercato di capire quanti anni avesse e da questa intervista ho capito che ne aveva trentotto e mezzo. Da quando ho smesso di fare a botte sul tatami le costole ringraziano: adesso a tenermi sveglio la notte ci pensano i dolori cervicali e i cattivi pensieri

Carta

15 settembre 2015 by

FofiCherchiBellocchio (foto di Vincenzo Cottinelli)

1. Mi ci sono riempito la vita. Prima lo zaino da cui non mi separo mai, poi le stanze di casa e, infine, letteralmente la vita. Carta. Non riesco a starne senza. Certo, lo schermo del mio portatile è meraviglioso, i touch screen di ebook reader, tablet e cellulare funzionano benissimo. Ma con la carta è tutta un’altra storia: odore rumore matericità increspature ditate strappi pieghe sottolineature stratificate nel tempo nello spazio nei colori inchiostri che sporcano virano arrossiscono s’assottigliano svaporano…

2. Le edicole e le librerie vendono soprattutto altro. Penne quaderni copertine fotocopie chewing-gum biglietti della lotteria istantanea souvenir peluche madonne poster bandiere tazze…

3. Mio figlio è superappassionato di Terry Pratchett. Il mondo disco è un po’ casa sua. Mi dà elenchi di titoli che gli mancano per ricomporre la mappa del racconto. Alcuni forse in italiano non esistono ancora (e mio figlio non legge in inglese). Entro in una libreria piccola, indipendente, con una storia gloriosa e una selezione di titoli molto curata.

– Buongiorno.
– Buongiorno. Desidera?
– Sto cercando i romanzi di Terry Pratchett ma non li trovo…
– Noi non teniamo quelle cose!
– Ah… Mi scusi. Vado in una libreria.

Fottuti piccoli librai. Io vi vorrei salvare. Non foste così stolti.

4. Amazon sfrutta i propri dipendenti in modo terrificante. Ma, alla fine, quel pacco, a casa mia, arriva sempre.

5. Ho parlato con Ferdinando Scianna una volta soltanto. Seduti su panche di legno. Bevevamo un bicchiere di vino. Lui rideva molto e mi diceva che nella vita ha fatto di tutto per non lavorare. E’, evidentemente, un tipo molto più bravo di me: io ho fallito miseramente. Mi è parso un tipo simpaticissimo. Esce un suo libro che mi interessa tantissimo. Ho scarsa memoria e non sono vendicativo. Entro in una libreria piccola, indipendente, con una storia gloriosa e una selezione di titoli molto curata.

– Buongiorno.
– Buongiorno. Desidera?
– E’ uscito da poco un libro di Ferdinando Scianna dedicato a Roberto Leydi…
– Hm…
– Credo si chiami proprio “Roberto Leydi”.
– Sì. si chiama Robeto Leydi..
– …
– E’ un noto musicologo.
– Intendevo il libro.
– No. Quello no! Si chiama “In viaggio con Roberto Leydi”.
– Ah…
– Non ce l’ho e non so chi lo distribuisce…
– Ah…
– Se vuole chiamo l’editore, qui c’è un numero di telefono, e chiedo come fare…
– Ah… No, grazie. Vado in una libreria.

6. Amazon massifica i miei interessi e li orienta in segmentazioni utente che assecondano gli interessi del mercato (che, come sai, è solo frutto della fabbrica di mer…ci). Ma non mi tratta mai da idiota. E trova i libri che gli chiedo evitando ridondanze.

7. Attraverso il mezzanino della metropolitana Duomo. C’è un’edicola grande e accogliente. E’ un tubo bianco in cui infilarsi. Prima era una distesa di carta. Giornali, vecchi e nuovi, provenienti da posti diversi, che parlavano in lingue. Oggi è una distesa di bandiere, medagliette, statuette del duomo, miniature, palle di vetro con neve, orsetti, … e qualche giornale. Copie sparute che lasciano intravedere l’impiallacciatura della mensola su cui sono  ammonticchiate con cura. Quello zombi ligneo che sbuca tra i colori delle copertine mi fa montare tristezza.

8. In duomo ci passo perché il negozio in cui compro i completi da consulente mi ha appena detto che gli abiti arriveranno la prossima settimana. Adesso devo gestirmi il malumore. E cammino. Entro nel megastore della Feltrinelli e lo attraverso come se non avessi un domani. Una voce. Mi giro e, nello scaffale, infilato di costa, sottile, in unica copia, c’è un librino. Si chiama “Grazia Cherchi”. L’autrice è Michela Monferrini. L’editore è Alieno di Perugia. Viene con me.

9. A pagina 76 trovo il riassunto di un pezzo che viene dalla rubrica che Cherchi teneva su “l’Unità”, pubblicato nell’aprile del 1989 e poi antologizzato in “Scompartimento per lettori e taciturni” (Feltrinelli, 1997). Recupero l’originale. Lo copio.

“Provo ora a dire, a ruota libera, che cosa amerei trovare io in un supplemento librario. Ma devo fare due premesse-richieste imprescindibili: 1) privilegiare solo i libri di qualità; 2) indirizzare le polemiche al malcostume culturale (e le occasioni non mancano, anzi c’è solo l’imbarazzo della scelta), e stroncare solo i libri che hanno indebitamente successo (vuoi grazie alle campagne pubblicitarie, vuoi grazie al potere – accademico, giornalistico, … – dell’autore). Per la robaccia e anche la robetta non si dovrebbe sprecar spazio. Inizierei con due libri della settimana, articolati in un’intervista (quando è possibile) con foto, un paio di recensioni e una scheda informativa sull’autore. Uno dei due libri sarà di narrativa o di poesia, l’altro di saggistica. Passerei poi in rassegna di quanto nel frattempo è uscito, operando però una drastica selezione. Fino alla tendenziosità: non deve spaventare prender partito in tempi in cui si ciancia di tutto allo stesso modo. La rassegna dovrebbe contenere schede stringate e informative (sempre cercando il meglio, il vivo, l’arterioso) di narrativa italiana, straniera (raggruppata per paesi), di poesia italiana e straniera, di libri per ragazzi eccetera. Una intera pagina la dedicherei ai libri economici, ai tascabili, che sono sempre di più i libri di oggi e di domani (e segnalerei, con minore spazio, i libri da edicola: gialli fantascienza…). Se ci sono doppie edizioni si indicherà la migliore, Se c’è un’introduzione al tascabile particolarmente illuminante la si segnalerà eccetera. Una pagina andrà poi alla saggistica: per temi, che dovranno essere almeno due o tre per volta. Rubriche: oltre a quelle già citate di polemiche/stroncature, ci terrei molto a una rubrica come quella, che appare qui, di Antonio Faeti (“Segni&Sogni”) su vezzi e malvezzi dell’oggi. E poi l’esordiente del mese (solo se meritorio, va da sé, come diceva Améry, essere vittima non è di per sé un titolo di merito, figuriamoci esordire in letteratura!). Un’altra rubrica segnalerà, sempre selezionando, i repechages, quei libri da tempo introvabili finalmente ristampati, magari indicandone altri che dovrebbero esserlo e spiegandone le ragioni. Un’altra rubrica la dedicherei alle segnalazioni dalle riviste (di articoli importanti). No alle anteprime librarie (che spesso tolgono la voglia o la esauriscono di leggere il libro): sì invece alla traduzione di un articolo su temi anche non letterari. No alle classifiche dei libri più venduti: semmai si può fare, a turno e saltuariamente, quella dei libri che dovrebbero essere venduti bene e che invece passano sotto silenzio (o quasi). Se è uscito, cosa rara, un libro-inchiesta fatto bene, andare sul posto (mai sbrigarsela col telefono) e fare un’indagine con interviste. E poi recensire dibattiti o avvenimenti culturali di qualche portata e interesse e ridicolizzare quelli, sempre nmerosissimi, di nessun interesse. Non dovrebbe inoltre mancare, e in posizione di rilievo, un articolo (quasi un fondo) su un tema di attualità culturale (libri e tv, libri e film, giovani scrittori a confronto, un tema di cronaca ricollegabile in qualche modo ai libri eccetera).
Basta così, smetto di fare il grillo (o il grullo).”

Ciao Mirtilla

14 agosto 2015 by

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Mirtilla non c’è più. Era la cagna del mio amico Boris. Erano sempre insieme. Al guinzaglio strattonava da tutte le parti. Una setter irlandese spettinata (o pettinata come Rita Hayworth, diceva Boris). Ricordo una vacanza a Marsiglia. Ricordo il suo muso sulla coscia a sbavarmi tutti i pantaloni. Ricordo la sua paura dei tuoni (“Ma non è un cane da caccia?”, “Sì, ma è difettata. Odia gli spari!”). Ricordo soprattutto quella volta in cui siamo entrati un una libreria molto bella che si chiama L’ombre de Marx (e in quel momento la presenza dell’ombra nella ragione sociale era parso a Boris e a me un richiamo ineludibile). Varcata la soglia, Mirtilla ha scrollato i suoi trenta chili di coccole e pelo e ha scagliato fiotti di bava calda in tutto l’ambiente. Abbiamo comprato tutti i libri che aveva colpito. Aveva scelto benissimo.

Ciao Mirtilla.

Boris, ti abbraccio forte.

Non si capisce niente

11 agosto 2015 by

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Lo so. Io di “Linus” non dovrei parlare. Sarebbe meglio se, a questo punto, facessi finta che il giornale che ancora oggi si trova in edicola non abbia alcuna relazione con quello che fu di Giovanni Gandini e di Oreste del Buono. E, vista la distanza siderale, fingere mi costerebbe pochissima fatica. Ma quel logo disegnato da Salvatore Gregorietti – e che, per inciso, io non ho potuto usare sulla copertina del mio libro – mi costringe mensilmente all’acquisto compulsivo. Siccome sono un lettore, sento di avere il diritto di incazzarmi. Anche se, lo so, io di “Linus” non dovrei parlare.

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Tuono Pettinato è un fumettista che racconta storie lunghe che mi piacciono. Lo guardo con attenzione anche quando si cimenta con la misura breve, sebbene le strisce e le storie in due pagine mi sembrino molto meno interessanti. Sul numero di “Linus” di agosto, per la serie “i fumettisti ragguardevoli”, ha pubblicato un omaggio al sommo Reiser. In cima alla pagina, Tuono ha disegnato il personaggio più noto del fumettista francese, il Porcone. Reiser è lontanissimo dalla poetica di Tuono Pettinato e il Porcone è il manifesto della sua comicità da mostro selvaggio. Una distanza così grande da costringere Tuono a una censura che trovo insopportabile: non ha disegnato il testicolo che pende dalle mutande del Porcone. Non ci sono scuse. Non è una dimenticanza. È censura. Quello, per usare le parole di mio fratello Cherebro, è “il coglione sinistro più geniale della storia del fumetto”. Rimuoverlo significa snaturare il personaggio e smussare gli spigoli all’autore, perché possa entrare senza fastidio nel blister che lo ospiterà.

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La copertina di questo numero di “Linus” presenta un disegnino veloce di Minoggio. C’è un gomitolo rosa in campo bianco che legge un giornale e dice: “non si capisce niente”. Probabilmente fa riferimento alla “prima mappa del dibattito in rete” presentata da uno strillino sopra la testata.

Il nuovo direttore, Giovanni Robertini, vuole trasformare il giornale. E per fare ciò ha già immesso in “Linus” tutta la novità che può garantire Sergio Staino. Probabilmente, nei prossimi mesi, arriveranno altre firme inaspettate. Consapevole della storia del mensile, Robertini ha deciso di giocare con il momento di trasformazione più radicale che il giornale abbia mai attraversato.

Oreste del Buono, direttore dal dicembre 1971, decise di fotografare il marasma di idee e pensieri che caratterizzava la sinistra extraparlamentare italiana: commissionò a Massimo Fini una tassonomia dei gruppi che, di lì a poco, avrebbe scatenato una ridda di polemiche e aperto le pagine della posta del giornale a un confronto frontale con le idee dei lettori, spesso confuse ma difese strenuamente. L’articolo era redatto con un approccio cartografico e, proprio grazie al metodo di realizzazione, si era guadagnato un titolo altisonante: “L’Extramappa”. Fini, nel suo memoriale “Una vita: un libro per tutti o per nessuno”, ricorda così quell’articolo seminale:

“Nell’ottobre del 1973 – ero già passato a “L’Europeo” – feci per “Linus” una mappa dei vari gruppi della sinistra extraparlamentare che Oreste del Buono titolò “L’Extramappa”: MS, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, marxisti leninisti (linea-nera), Potere Operaio (“Potop” in gergo, soprannominato anche “molotov e champagne” perché vi militavano ragazzi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli, futuro direttore del “Corriere della Sera”), Lotta Comunista e le ancora misteriose Brigate Rosse. Le analizzavo nei contenuti e, in linea ascendente, secondo la loro propensione alla violenza. Un’inchiesta non pregiudizialmente ostile. Molti di quei ragazzi, soprattutto in “Lotta Continua” e nel “Movimento Studentesco”, li conoscevo bene. Alla Statale di Milano fu appeso un tazebao in cui Oreste del Buono ed io venivamo bollati come “spie della Cia”. Oreste, uno degli uomini più intelligenti che ho conosciuto, ma vilissimo, prese immediatamente le distanze dall’”extramappa” e, soprattutto, da me. Ricevetti un minaccioso biglietto di Oreste Scalzone e di Giairo Daghini, di cui al momento non valutai la pericolosità. Ma l’agguato non venne da lì. Nell’extramappa avevo preso in giro uno dei leader del MS, Luca Cafiero “di cui nessuno sospettava le virtù rivoluzionarie, essendo conosciuto come ‘un bravo ragazzo’, un po’ ‘ciula’, che si era educato a Oxford, faceva l’assistente e girava in Triumph”. Quando Ilio Frigiero, un mio amico militante di Lotta Continua che mi aveva aiutato a compilare l’extramappa e che conosceva i suoi polli, lesse quel passaggio, mi disse: “Tu sei pazzo”. Qualche sera dopo mentre rincasavo arrivarono in quattro, con i caschi da motocicletta e le catene. Quando il capo del manipolo mi fu addosso, lo riconobbi al di là della visiera: era Giorgio Livrini, l’allegro ragazzo con cui sei anni prima avevo fatto il “guardiaporte” alla Statale. Si era appesantito nella stazza del picchiatore. Dissi: “Giorgio…”. Vidi nei suoi occhi passare un lampo che diceva “Questo qui adesso o lo ammazzo, perché mi ha riconosciuto, o lasciamo perdere”. Finì a tarallucci e vino. Andammo tutti e cinque da Oreste [il bar] a berci un bicchiere. Ma se, per volontà del Caso, le cose non fossero andate in quel modo, sarei finito anch’io in sedia a rotelle, come in quegli anni è capitato a molti.”

Erano anni in cui “Linus” cambiava idea, linea editoriale e la vita dei suoi lettori. In cui la società poteva entrare in un giornale, fisicamente, facendo paura e roteando catene.
Quando Robertini commissiona la “prima mappa del dibattito in rete”, pur non dichiarandolo, ha chiaro in mente quel predecessore. In assenza di un polemista vigoroso e capace di scrivere come Massimo Fini, affida il compito a Valerio Mattioli e a Raffaele Alberto Ventura, collaboratori di “Prisma”, “Vice”, “Internazionale”, “IL”, “Eschaton” e “Minima et moralia”. Fini lancia uno sguardo esterno a un fenomeno verso cui, pur millantando obiettività, prova disprezzo. Mattioli e Ventura, cui forse l’extramappa non è stata neanche citata, raccontano un mondo piccolo e provinciale, da dentro, facendo carezze a tutti e cercando di inanellare spunti polemici – in forma di buffetto – su quisquilie accessorie. Una mappa che non serve a niente: non fornisce coordinate, non indica prossimità, non rappresenta confini, … Si limita a dare indicazioni di punti notevoli, affollati da turisti e frequentati dai viaggi organizzati. Insomma, come dice Minoggio in copertina, “non si capisce niente”.

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Sono un lettore. E ho delle belle pretese. Se investo i miei quattrini e, soprattutto, il mio tempo per leggere un giornale, esigo che questo mi stupisca, che non assecondi le mie aspettative. Sulle pagine di “Linus” di agosto le sole cose che mi svegliano dal torpore sono Maurizio Milani (che però lavora su temi che chi segue la sua rubrica sul “Foglio” ormai conosce bene) e il recupero di Reiser. Tutto il resto mi pare il lavoro di chi non ha ancora il coraggio di fare i conti con la propria storia, di chi non si accorge che fumetti e articoli esausti devono essere evitati, di chi non dichiara esplicitamente i motivi della costruzione di una mappa, di chi non richiama con severità Tuono Pettinato per aver rimosso “il coglione sinistro più geniale della storia del fumetto”.

Il cosa e il come

10 agosto 2015 by

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Mica lo so perché una storia seriale mi piace.

“Non è importante cosa racconta. L’originalità non è un valore. Le storie sono già state dette tutte. È il come!”

Mah… Forse non è così.

Leggo “Ant-man”, nella versione da edicola, scritto da Nick Spencer e disegnato da Ramon Rosanas, due tipi di cui ignoro tutto. Hanno scritto e disegnato altra roba Marvel prima di questa serie, certo, ma io leggo per divertirmi e mica riesco a comprare tutto.
Si tratta di un fumetto scritto e disegnato professionalmente: educato, composto, non sporca in giro e mostra una buona capacità tecnica. Insomma, un prodotto medio. Eppure, nonostante sia lontanissimo dalle cose che mi piacciono, mi stampa un sorriso ebete sul volto.

Stamattina mi sono svegliato presto. Ho letto “Ant-man”, sono uscito, ho comprato le brioche, ho preparato la colazione, poi sono andato a fare un po’ di spesa. Mentre infilavo birra e salsicce nel carrello (non ambisco all’eternità) ripensavo a Trider G7. Te lo ricordi?

Io non l’ho più rivisto quel cartone animato. Andavo in terza media probabilmente (ho controllato su wikipedia le date di trasmissione italiana), e mi ammazzavo di televisione: la tetta di vetro che ha rimpinzito di bambagia i pensieri della mia generazione.

Trider G7 è un robottone nipponico che combatte contro i mostroni. Uno dei tanti di quegli anni. Però è soprattutto una macchina, appartiene a un’azienda e viene usata per scortare trasporti spaziali. È al servizio delle merci. Il padrone dell’azienda, il tipo che guidava il robottone, è morto e ha lasciato la gestione degli affari di famiglia al figlio, un ragazzino che a me pareva avere la mia età. Guidare il robot è un mestiere. In una puntata, il ragazzino deve fare un tema: alla classe viene chiesto quale sia il valore del lavoro e, mentre tutti parlano di cose nobili e di anima, il giovane pilota scrive che il lavoro è, soprattutto, fonte di reddito. Non a caso Trider G7, il suo robot, esce da un parco giochi e abbandona l’infanzia per affrontare lunghi spostamenti e combattere contro mostri spaziali.

Non c’è niente di straordinario in questa serie d’animazione. Racconto piano, sviluppo prevedibile, un sacco di tecnica nella realizzazione, qualche riferimento ingenuo che già pochi anni dopo  farà ridere (il sw del robot è scritto in Microsoft Fortran)…  Eppure quei cartoni animati mi davano gioia in un modo che non capivo.

I robottoni delle origini erano un’evoluzione di superman. Un dramma nel passato, un pianeta distrutto, un principe e la sua macchina indistruttibile che vengono inseguiti su un pianeta ospitale da conquistatori spietati. Battaglie all’ultimo sangue per proteggere  la Terra da distruttori galattici. La storia di Trider non sarebbe tanto diversa se non fosse per quell’etica del lavoro. Per quell’essere al servizio delle merci. Per quell’attenzione al 27 del mese quando tutta quella fatica darà i propri frutti e si concreterà in un accredito dello stipendio.

Per Ant-man il gioco è lo stesso. I supereroi hanno struttura narrativa semplice. Un dramma nel passato, grandi poteri, grandi responsabilità, una vita in equilibrio tra santità e follia. E poi arriva Scott Lang, ha i poteri più scemi, non è particolarmente intelligente, è inconcludente, annoiato, incostante, facile alla cazzata… È un supereroe poco potente (come occhio di falco, come la vedova nera…), uno che mica può raccontare in giro di essere un dio, un mostro verde, la giustizia incarnata in un abito rosso, una famiglia, un figlio dell’atomo, un’armatura, la bandiera degli Stati Uniti… Ha un passato di errori (il carcere, il divorzio, addirittura la morte) e un presente di incertezza (sentimentale, etica, lavorativa…). E in quel mondo liquido si arrangia come può, mettendo in mostra nevrosi e paura, parlando troppo e facendosi male.

Divertente.

Il fantasma dell’Unità

20 luglio 2015 by

ProletariDiTuttoIlMondoUnitevi

Uno spettro si aggira per le edicole. È lo spettro dell’“Unità”. Lo afferro e, dopo aver versato l’obolo al negoziante, lo trascino con me. In casa non geme e non piange. Neanche il rumore di catene mi rende consapevole della sua presenza. Con il fantasma cartaceo mi accascio sulla poltrona. L’estate non è la stagione degli spiriti. Quelli dovrebbero arrivare a Natale.

Cerco il colophon e non riesco a trovare niente che mi faccia capire che quello che ho in mano è un giornale. Nessuna indicazione di periodicità. Laddove mi sarei aspettato l’enumerazione dei componenti della redazione, trovo conferma del mio essere ancorato ai retaggi del passato. Reazionario come sono, sento un fremito di sconcerto attraversarmi la nuca mentre leggo, al posto del nome dell’editore, la ragione sociale di un’azienda (Unità srl) accompagnata dalla puntuale disamina del consiglio d’amministrazione.

Un giornale vuoto e leggero. Articoli brevi, che occupano poco spazio in grandi pagine stampate a colori, si alternano a gallerie di immagini corredate da titoli strillati e didascalie. Per sfogliare un quotidiano con maestria è necessario lo stesso numero di ore di allenamento richiesto dal ripiegare la mappa di una città. Lo schermo del mio smartphone è più comodo. Con due dita zoomo e con una strisciata di polpastrello passo all’immagine successiva.

A chi si rivolge questo giornale? A chi vuole vendere le 86.000 copie della tiratura odierna?

In questi giorni mi scopro rancoroso. Sto leggendo un libro su Albe Steiner e mi concentro sugli esperimenti di impaginazione. Certo, ripenso a Rosa e Ballo, al “Politecnico”, alla grafica Feltrinelli, a “Utopia” a ”Erba voglio”, … Penso anche a cose più recenti, ma non troppo, come quelle che sono state importanti per me mentre uscivano. Sarà che avevo poco più di vent’anni. Prima che la banda dei soviet si impossessasse del mio quotidiano e, al grido di “La rivoluzione non russa”, cambiasse l’impianto e  i contenuti del “Manifesto”, su quelle pagine si stava giocando una battaglia di linguaggio. Un giornale da guardare e da leggere. Era un esperimento di impostazione di intelligenza e divertimento che non è più riuscito a nessun giornale italiano.

Torno alla mia copia dell’”Unità”. Sulla grafica di un anonimo, una redazione che non c’è – coordinata da Erasmo D’Angelis (direttore responsabile) – costruisce un giornale nel quale si sprecano gallerie, icone, didascalie, tag e link ipertestuali che aprono un mondo didascalico. E non puoi neanche sperare in un errore 404.

Dal vaso di cristallo al castello di Moulinsart

18 luglio 2015 by

Laura Scarpa mi segnala l’uscita del nuovo numero di “Scuola di Fumetto”. Anche questo mese c’è la mia rubrica. Considero questo un buon momento per riesumare un pezzo uscito su quel giornale un po’ di tempo fa. Nel numero di marzo dell’anno scorso (il novantaduesimo) c’era questo pezzo.

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I generi narrativi sono severe maestre. Per aderirvi, gli autori devono rispettare poche regole ferree. Poi, certo, possono illudersi di violarle, sperimentando e facendone commistione, ma i vincoli del genere non possono essere messi in discussione.

Il giallo, per esempio, è stato codificato in più occasioni. Ci ha pensato, per primo, Edgar Allan Poe, nell’aprile del 1841, quando ne ha definite le regole nei Delitti della Rue Morgue. Poi, nel 1887, Arthur Conan Doyle, in Uno studio in rosso, ha lasciato che Sherlock Holmes chiarisse all’inebetito dottor Watson i meccanismi dell’indagine e dell’abduzione. Fino ad arrivare al settembre del 1928, quando S. S. Van Dine ha definito le sue Venti regole per scrivere romanzi polizieschi. Da quel momento, quelle regole sono state piegate per consentire al narratore di mascherare le proprie colpe, alterate perché l’assassino si nascondesse meglio fingendosi morto, trasformate perché il crimine fosse tolto dal vaso di cristallo e gettato nei vicoli… Ciò nonostante, la ricostruzione indiziaria di una realtà crudele è rimasta la base fondante della letteratura poliziesca.

Le violazioni più violente e sistematiche delle regole del giallo sono venute da narratori lontanissimi dalle pubblicazioni più facilmente ascrivibili al genere. Carlo Emilio Gadda, già nel 1946 in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, progetta per il commissario Ingravallo un metodo analitico che si infrange contro l’inconoscibilità del mondo:

“Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo.”

Il gomitolo di concause rende irrisolvibili i misteri e, infatti, il Pasticciaccio non si risolve né si conclude.

Lo svizzero Friedrich Dürrenmatt, nel 1958, pubblica il romanzo La promessa, il cui sottotitolo recita Un requiem per il romanzo giallo. Nella costruzione poliziesca dello scrittore emerge quanto il caso domini il mondo, rendendo impossibile la soluzione degli enigmi, se ci si basa unicamente su un metodo indiziario.

“Voi costruite le vostre trame con logica: tutto accade come in una partita a scacchi, qui il delinquente e là la vittima, qui il complice e laggiù il profittatore; basta che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale, aiutata la vittoria della giustizia. […] Mandate al diavolo una buona volta queste regole. Un fatto non può “tornare” come torna un conto perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma solo pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande.”

Il più potente tra i tradimenti alle regole del giallo è uscito, a fumetti, nel 1963: si tratta del ventunesimo episodio delle Avventure di Tintin di Herge, I gioielli della Castafiore. Il giovane reporter, per una volta, non parte all’avventura per il paese dei Soviet, l’America, il Congo, la Cina, l’Inghilterra, la Jugoslavia, la Luna… Vive una vicenda domestica, spingendosi al massimo fino al giardino della casa in cui ha scelto di abitare con i suoi amici: il capitano Haddock, il professore Trifone Girasole e il maggiordomo Nestore. Il gruppo, immobilizzato da un incidente, resta imprigionato nel castello di Moulinsart, costretto alla convivenza coatta con la cantante Bianca Castafiore, l’usignolo di Milano, e il suo entourage, mentre nel giardino si sono accampati degli zingari sospetti, sicuramente dediti al latrocinio.

Un furto più volte annunciato e mai commesso è l’occasione per sviluppare un racconto d’indagine senza vie d’uscita. La coppia di poliziotti più scalcagnata della storia del fumetto, Dupond e Dupont, si lancia in un’investigazione che si muove minuziosa in luoghi sempre più comuni. Il fumetto di Tintin è il regno della linea chiara, in cui tutto deve essere semplificato senza cedere alla faciloneria: il segno privo di tratteggi e tessiture, il colore mai sfumato, la forma geometrica dei balloon, il lettering alto-basso, la storia dall’incedere lineare. Nei Gioielli della Castafiore, Herge è al massimo della propria forma autoriale e racconta, con ritmo serratissimo e comicità folgorante, una storia in cui succede molto poco. Eppure, in quel racconto, tutto salta: l’ossessione per l’inseguimento dell’avventura, la quiete domestica appena conquistata, chiunque metta piede sullo scalino sbagliato, le valvole, il rispetto, il sospetto, l’intolleranza, …

Herge, che conoscevamo come autore reazionario e colonialista, getta la maschera e, mettendo a nudo i meccanismi dell’indagine poliziesca, ci mostra l’impossibilità del giallo: la ricerca del colpevole non può che muovere da discriminazioni e preconcetti. La linea chiara, con la semplicità con cui ricopre tutto, non permette spiegazioni banali: l’assassino non può essere il maggiordomo e il ladro non è lo zingaro.

Una dimenticanza da nulla

16 luglio 2015 by

BarbaLavandino

Il caldo e l’umidità sono nemici dell’impeto tricologico che mi fiorisce sulla testa e sul volto. Faccio finta che me ne importi poco ma alla fine devo cedere. Prendo il regolabarba, sposto la testina sulla terza posizione e inizio ad ararmi il viso. Il pelo è troppo lungo e il rasoio di qualità discutibile. Dopo tre attraversamenti della guancia devo fermarmi e pulire il piccolo bastardo: una macchina che richiede troppa manutenzione è incompatibile con la mia indolenza. Stacco il pettine, lo picchietto sul dito, ci soffio sopra, rimuovo i frammenti di pelo con uno spazzolino. Il lavandino si riempie di una nuvola nera.

Guardo il batuffolo che cresce e penso a un bezoario. Non ne ho mai viso uno ma, se non ricordo male, ne parla da qualche parte Neil Gaiman.

Mi distraggo e commetto una sciocchezza: ricomincio ad accorciare la barba, senza aver prima risistemato il pettine che allontana le lame dalla pelle. Una dimenticanza da nulla.

A quel punto mi ritrovo con un solco sulla guancia. È rosa e profondo. Si staglia, eroticissimo, in mezzo al pelo. Impreco ma con morigeratezza. Sono un bestemmiatore normodotato: nessuna particolare qualità tonica o inventiva lessicale. Non appena realizzo di avere commesso uno scempio, decido di continuare l’opera. La pelle riemerge un po’ alla volta. Pulire il regolabarba, senza il pettine, è anche più facile. Il mio bezoario cresce a vista d’occhio. Un mio doppelganger si forma nel lavandino mentre emerge un viso che non mi piace e che non ricordavo di avere: ha un che di scimmiesco che preferisco tenere dietro la barba.

Quando finisco, sotto la zazzera nera, nello specchio, compare un faccione rosa. Non lo riconosco come mio. Mi dà anche più fastidio di quello che mi porto a spasso di solito. Non pensavo fosse possibile. Lo avrei lasciato volentieri dove era. Una dimenticanza da nulla. Mi seguirà per un paio di settimane.

Ticonderoga

14 giugno 2015 by

E poi ci sono momenti in cui vorresti avere un tumblr.
Sto cercando informazioni un po’ a tentoni. Come sempre. Sono un tipo fortunato e mi sono imbattuto in questo articolo. Non ricordo una sua traduzione in italiano. Ma il castigliano si capisce. Più o meno. La firma è di Roberto Fontanarrosa. Ricordo solo un suo fumetto, Boogie el aceitoso, che usciva nella penultima pagine della rivista “L’Eternauta” e mi faceva ridere molto (il titolo italiano era Boogie l’oleoso).

Questo pezzo – se l’ho capito bene – è bello.
Viene da QUI.

Buon divertimento.

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